Settant’anni fa scomparse – esattamente il 25 settembre – Béla Bartók, compositore ungherese ascrivibile a quel fenomeno musicale dell’Ottocento che solitamente si definisce delle “scuole nazionali” e che coinvolse quei paesi europei che, fino a quel momento, erano rimasti sostanzialmente ai margini della storia della musica occidentale, principalmente incentrata sull’Italia, la Germania-Austria e la Francia. Se Chopin fu l’antesignano di questo fenomeno, Bartók ne fu probabilmente l’ultimo autorevolissimo esponente ma, come per il grandissimo compositore polacco, anche per lui sarebbe estremamente riduttivo considerare la sua musica, la sua arte, esclusivamente ascrivibile a questo fenomeno.
Bartók è certamente uno dei compositori da me più amati ed è per questo che sono qui a proporne un percorso musicale che toccherà quelli che si possono considerare fra i suoi più grandi capolavori e, prima di iniziare lì, dove finisce un saggio che Massimo Mila gli dedicò, nel 1961, debbo constatare che, purtroppo, nonostante da quei tempi siano passati ormai 54 anni, in Italia, gli scritti a lui dedicati siano veramente, a dir poco, esigui e che la sua giusta considerazione e fama è relegata a pochissime sue musiche.
Conclude dunque Massimo Mila: «(…) la grandezza di questo artista non sta tanto nell’aver aperto ad altri una via che essi possano seguire, quanto nell’avere trovato per sé, pur partecipando a tutte le tendenze e a tutti i tentativi della musica moderna, una soluzione artisticamente valida ai problemi del linguaggio musicale: soluzione che non si potrà mai identificare con nessuno dei due poli principali tra i quali si è svolta la sua vicenda musicale (…) neoclassicismo tonale da una parte, e l’espressionismo dodecafonico dall’altra. Espressionista ma non dodecafonico, tonale ma non classico.(…)» (Massimo Mila: L’arte di Béla Bartók. Bur saggi)
La mia prima proposta di ascolto è la
del 1904.Come nel caso di Beethoven, il numero di catalogo, non deve trarre in inganno: il compositore ungherese aveva già composto altro ma, è con quest’opera che egli raggiunse la «perfezione del periodo nazionalistico». Le sue radici musicali traevano linfa da Listz, Wagner e Richard Strauss ma il suo amore, mai rinnegato e più profondo, andava alla musica di Beethoven e Schumann.
Il Bartók di quest’opera non conosceva ancora «l’autentico canto popolare delle campagne ungheresi con la sua saporita rozzezza dialettale», questo avvenne più avanti, ma raggiunse in questa musica un grado di perfezione, non certo eguagliabile a quello che avvenne in seguito, ma che merita comunque un accurato e rispettoso ascolto.
Buon ascolto dunque a chi lo farà e … alla prossima puntata.