C'era una volta il fu accordatore del conservatorio Verdi di Milano, Sig. Meazza, il quale fu chiamato da Claudio (Abbado) per accordare il nuovo Steinway 155 (modello S) nuovo di pacca e che aveva scelto per lui il suo amico Pollini, direttamente ad Amburgo tra tutto quel ben di dio.
Egli non fu mai soddisfatto della accordatura, gli accordi in lontananza, cioè suonati insieme esternamente rispetto al centro tastiera, non quadravano...e così lo richiamava sostenendo che il pianoforte era accordato male.
Ad un certo punto il povero Meazza, che non era l'ultimo arrivato e che qualche migliaio di pianoforti lo aveva accordato, gli disse: "ascolti, le lascio qui la chiave, se lo accordi lei".
Il problema della disarmonicità o inarmonicità o anarmonicità esiste, Il fu ing. Radice tentò anche di affrontarlo scientificamente con due pagine di calcoli illeggibili pubblicate su una rivista di settore, e si arrabbiò tanto quando ad un convegno Europiano Klaus Fenner, klavierbaumeister, gli disse che erano tutte cose interessanti ma che ad un costruttore di pianoforti non servivano a nulla! Alla fine finirono tutti per avvocati, compreso l'allora editore della rivista e anche il presidente dell'AIARP di allora
Questo per dire che il problema della disarmonicità esiste, è noto a tutti e non ha soluzione se non quella di acquistare il più grande, costoso e bel pianoforte disponibile sul mercato, soluzione che ne attenua gli effetti all'orecchio con buona pace dei sensi. Diversamente bisogna accontentarsi e scegliere magari un buon verticale alto, con un corretto dimensionamento della cordiera, che prediliga la pulizia alla potenza, quest'ultima diventata ormai una priorità per i costruttori e che ha comportato la maggiorazione di diversi componenti, di smorzamento, di percussione etc. per inseguire l'aumento dei calibri delle corde, che è anche una conseguenza dell'accorciamento di un pianoforte.
I migliori acciai, il miglior rame, la lunghezza della corda massima possibile e il calibro minimo possibile sono tutti requisiti che contribuiscono ad attenuare la problematica, ma non sono caratteristiche dei pianoforti più commerciali.
Anche affrontare l'accordatura in termini scientifici, sostenendo di incastrare i parziali in modo tale che le risonanze non disturbino, è a mio parere una perdita di tempo, visto che poi è il risultato quello che conta, ovvero che il tutto sia gradevole all'orecchio, stabile e duraturo.
Ora, non sapete che piano ha acquistato, non sapete chi lo ha accordato, il cliente viene da un piano digitale (la peggior specie di cliente per un accordatore) e già dite che è tutto da rifare? Magari bisogna cambiare il piano e non l'accordatore.
Un piccolo appunto: avere l'orecchio assoluto non aiuta nella valutazione di una accordatura, serve semmai un buon orecchio relativo.