Stasera ritorno da una festa danzante, impreziosita dalla leggiadria di donne, fra cui la moglie adorata.
Lei adesso si è appena appisolata e a me è venuto in mente che nell'universo del pianoforte gli uomini, come sempre, hanno sgomitato e messo in disparte le donne. Le quali invece, con i palpiti d'amore, i canti generosi e i sogni entusiastici sono state, ne sono certo, le muse e le protagoniste di quest'arte.
Ma allora, perché non ne parliamo? Perché non le veneriamo?
Una di queste donne, tra l'altro di bellezza non usuale, è Cécile Louise Stéphanie Chaminade, compositrice e grande pianista francese (Parigi, 1857 - Monte Carlo, 1944).
Rivela molto giovane un talento musicale che la sua famiglia contribuisce a sviluppare. Ad appena 8 anni compone il suo primo lavoro di musica sacra e Georges Bizet rimane impressionato dal suo talento, consigliando alla sua famiglia di farle studiare musica. Purtroppo, i Conservatori non ammettevano nè americani, nè donne e Cécile dovette studiare privatamente.
Benjamin Godard, suo maestro di composizione, Camille Saint-Saëns ed Emmanuel Chabrier la incoraggiano a continuare.
Cécile alterna la composizione allo studio e a 18 anni debutta come concertista e gira il mondo, apprezzata nei due ruoli soprattutto in casa, in Inghilterra e negli Stati Uniti.
Fra le sue opere, delizioso il balletto Callirhoe e il Concertstück pour piano et orchestre. Inoltre, molti di Voi conosceranno il rinomato Concertino pour flûte et orchestre en ré majeur, che è stata la sua ultima opera sinfonica e spesso è suonata nella riduzione per flauto e piano. Deliziose altresì alcune fra le circa 150 melodie di musica da salone, genere in cui hanno eccelso Chopin, il citato Godard, Liszt, Massenet, Moscheles, Thalberg e il mio adorato Gottschalk.
Notevole la produzione per pianoforte; oltre 200 brevi pezzi in stile romantico, fra cui Vi propongo oggi Les Sylvains.
Ad una prima parte struggente, venata di quasi piangente tristezza, fa seguito quello che a me sembra il quadro spensierato di bimbi che rincorrono un'aquilone gridando festanti e saltando gioiosamente; quello che poi mi colpisce è il finale, nel quale le due vene, malinconica e festosa, si fondono e si intrecciano in un abbraccio che appare amoroso.
In gran parte dell'opera romantica di Cécile non siamo in presenza di un pensiero possente o di ardite architetture, quanto della ricerca di forme gradite a un pubblico che si formava alla musica colta. Il risultato è stato che Cécile è stata quasi ignorata dai "musicisti colti", i quali spesso preferiscono cogliere fiori dove sono più facili da raggiungere; ma io credo invece - come credo si intuisca - che la sua musica sia un vaso pieno di preziose gemme. Soprattutto perché con il suo genio, ella seppe scrivere anche per pianisti "normali", per catturarli a frotte nelle reti della tenerezza.
E adesso sentite un pò ...............