Molto volentieri, anche perché tra un po’ dovrò cominciare ad analizzare la partitura. Prima di tutto vorrei però condividere la presentazione del brano scritta da Bertrand: si trova sul suo sito.
http://www.christophebertrand.fr/notices/vertigo.html
Vertigo è un brano per due pianoforti e grande orchestra da 83 musicisti. È una commissione del Festival Musica e dello Stato Francese.
Vertigo (il titolo sarà spiegato un po’ più avanti) rappresenta il mio primo confronto con quella che potrei chiamare “la grande forma”. In effetti, il brano più lungo che avevo composto fino a quel momento era il mio Quartetto, che dura circa venti minuti, ma è costituito da un mosaico di undici brevi movimenti. Stavolta, la posta in gioco era alta: scrivere un brano di venti minuti per due pianoforti e grande orchestra in un solo movimento (ciò rappresentava una bella scommessa per me, affezionato di solito a forme relativamente brevi). Non c’è bisogno di sottolineare che le preoccupazioni architettoniche e soprattutto percettive hanno giocato una parte fondamentale nella composizione di questo brano.
Evidentemente un singolo movimento non implica in sé un blocco monolitico; Vertigo è strutturato in undici sezioni proporzionate secondo la successione di Fibonacci (a specchio): 1 - 2 - 3 - 5 - 8 - 13 - 8 - 5 - 3 - 2 - 1, che implicano delle sezioni che vanno da 26” a 306” (questa sezione centrale, troppo lunga in rapporto alle altre, è di conseguenza suddivisa essa stessa secondo le proporzioni 1 - 2 - 3 - 5 - 3 - 2 - 1). Tutte queste durate non sono evidentemente percepite in quanto tali, ma conferiscono una sensazione di equilibrio al tutto. Il mio lavoro si è basato sulla nozione di percezione, a partire dalle seguenti domande: come guidare l’ascolto? Come conferire unità al tutto? Sono state messe in atto diverse soluzioni.
La ripetizione e la variazione sono state inevitabili. Tre esempi. All’inizio del brano, alcuni strumenti dell’orchestra (un corno, due clarinetti all’unisono, le viole, ecc.) enunciano dei ff tenuti, crudi, brutali, senza vibrato, quasi “sporchi”. I due pianoforti hanno il ruolo inusuale di “risonatori attivi” dell’orchestra: dei motivi di biscrome rapidissime seguono l’evoluzione armonica determinata dalle entrate successive degli strati orchestrali: qui il loro ruolo è nascosto, totalmente in secondo piano. Queste biscrome, dieci minuti più tardi, riappariranno, ma più in rilievo, sormontate da un solo strato: le scale di armonici dei corni. Ci sono due strati, due piani. Infine, verso la conclusione del brano, le biscrome diventano soliste, il loro ruolo è primario: è la terza cadenza del brano (solo qualche discreto armonico naturale degli archi e dei corni scolora i pianoforti).
Secondo lo stesso ordine di idee, i flauti, gli oboi e i clarinetti sgranano un arpeggio molto acuto, costituito da due settime diminuite separate da un semitono. Questo è un chiaro segnale. Tale disposizione non ottavante sarà sempre più presente nel corso del brano, fino a invadere completamente lo spazio armonico e orchestrale durante dei frenetici tutti.
Infine, uno stridente cluster per quarti di tono dei legni, tenuto nel sopracuto con dinamica ffff, interviene a due riprese, in forma identica: è un segnale molto pregnante, immediatamente riconoscibile.
Per assicurare unità al tutto, ho utilizzato anche un certo numero di armonie che circolano nel corso del brano: ad esempio la matrice Do-Reb-Fa-Sol (in tutte le possibili trasposizioni); o la sovrapposizione di due settime di dominante nello spazio di un’ottava (dal colore assai diatonico, tanto da sembrare quasi modale). E una certa novità nel mio linguaggio (come pendant di questo relativo diatonismo): la scrittura a clusters, in tutte le forme (tenuti, ritmici, scale clusterizzate, talvolta all’estremo).
Ma soprattutto è il ruolo dei pianoforti a predominare nell’unità del brano (si tratta di un concerto, dopotutto!) e a spiegare, in parte, il titolo Vertigo. Ho cercato di utilizzare numerosi mezzi di sfocatura: la sovrapposizione di velocità in registri simili, il contrappunto di figure molto simili armonicamente e aritmicamente (come è possibile fare sulle due tastiere di un clavicembalo), e l’impurità indotta dall’ambiente microtonale (per creare l’illusione di pianoforti “non temperati”). Questo ambiente microtonale proviene dagli armonici naturali degli archi e dei corni. Ne deriva una sensazione quasi “etilica”, offuscata, sfocata, come il riflesso in un’acqua in leggero movimento.
Come prefigurava l’orchestrazione di Mana, ho chiedo all’orchestra un grande virtuosismo strumentale, sempre al proposito di ottenere una frenesia collettiva: come un gigantesco ensemble di solisti, un’orchestra molto divisa (43 parti reali; a un certo momento 24 parti di violini), grande velocità d’esecuzione, tempi estremi (fino a 200 alla croma), tutti orgiastici. Non ho mancato di ricordare una lettera che mi ha scritto Helmut Lachenmann, che mi suggeriva un po’ più di “scrittura criminale”. Spero di esserci arrivato, a volte.
Infine, la seconda spiegazione del titolo è un riferimento allo Scottie di Hitchcock… perché anch’io ho paura del vuoto (del silenzio), e i venti minuti del brano non conoscono alcuna tregua, alcun tempo morto. Nessun silenzio, nessuna lentezza.