Comunicando ciò che si avverte nell’ascolto di un’opera musicale, rimanendo ‘in essa’ con una tensione volta a coglierne il senso, bisogna farsi coraggio ed esporsi a giudizio, sapendo che nessuno può giudicare appieno se stesso. Ad altri penso sia meglio lasciare una valutazione più obiettiva su ciò che è rigoroso e ciò che è arbitrario. In merito, per quanto si cerchi ovviamente di operare una scrematura personale, non è possibile – forse nemmeno utile – tentare in prima persona una perfetta distinzione tra quel che è frutto di ragionevole deduzione e ciò che va troppo ‘in là’ negli approdi delle proprie riflessioni.
Questi ‘approdi’ – mai definitivi, mai propriamente ‘conclusioni’ – sono però a loro modo ‘soste retrospettive’ sul cammino personale e incessante che porta al cuore di un'opera d’arte. Penso sia meglio lasciare ad altri anche valutare gli sconfinamenti, debiti o indebiti, dal “puro musicale” verso “l’extramusicale”. Ma accolgo tale giudizio serenamente; oltre a non essere persuaso che su tale confine vi sia un muro-continuo – alto solido e cieco –, considero le possibilità di dialogo tra questi due terreni, delicate al pari di quelle tra posizioni differenti in materia di fede (sperando sempre che non arrivino a sfociare, come è accaduto nella storia della critica musicale, in guerra di religione). Cerco dunque di interrogare, di stare di fronte all’opera d’arte, ammettendo talvolta di non capirci nulla.
Nei rari casi in cui avverto ‘qualcosa’ – pur ritenendo prudente partire dal presupposto che in sé un brano musicale non voglia significare nulla – , preferisco rischiare affermazioni contestabili, nella ferma convinzione che il valore di un'opera non sia solo circoscrivibile “legalmente” con locuzioni comprovate sul piano tecnico, ma anche (cosa ben più desiderabile) suscettibile di venir compreso con affermazioni capaci di aperture, di squarci sullo specifico umano della singola opera, la quale costituisce il luogo della ‘condivisione’ dell’esperienza umana tra compositore interprete e ascoltatore.
Mi rendo conto che inseguire con le parole la musica sul suo terreno è un’azione indecente. In parte sicuramente lo è. Soprattutto per chi, come me, è convinto della totale autonomia espressiva della musica, non solo dalla parola o da concetti poetici, ma anche da suggestioni legate a tutto ciò che appartenga all’ambito visivo: pittorico, cromatico, grafico o scenico che sia.
Cerco però di superare questo disagio nella convinzione che ogni brano musicale, anche quelli concepiti per assecondare un ‘programma’, sia poi stato creato seguendo necessariamente logiche ‘assolutamente musicali’ e che il contenuto più intimo di ogni opera, anche della più “assoluta” fuga di Bach, sia profondamente legato ‘all’umano. Cerco di superare dunque l’imbarazzo nel parlare di un’opera musicale toccando concetti “extramusicali”, convinto che il significato profondo della musica – delle opere in cui un senso davvero si celi – sia ‘umano’ e non asetticamente “musicale”.
Se l’idea di una musica “assoluta” si rivela priva di consistenza in rapporto all’espressività di molti capolavori anche strumentali, i quali sono certamente ‘musica’ ma non “pura” ed estranea al travaglio umano dell’autore, d’altra parte non sembra corretto di fronte a un brano musicale cercare al di fuori della musica la radice dei suoi contenuti più veri. Questi ultimi certamente non sono extra musicali nel senso di chissà quali proclami, nobili quanto si vuole, perfettamente decifrabili pur con fatica, che però con la musica poco hanno a spartire e dei quali essa costituirebbe una riduzione sonora. Tuttavia, come appena detto, tali contenuti sono legati in profondità – non esplicitamente – al travaglio umano del suo autore: a questo ‘oltre’ cui l’opera musicale allude misteriosamente nel suo porsi semplicemente e null’altro che come musica.
In quest'ottica mi sento portato al più alto rispetto dell’assoluta indipendenza espressiva della musica dalla parola e da ogni altro ambito percettivo, considerandola dunque – solo rispetto a tali interferenze – nella sua musicale purezza.
Ma penso – senza rigidità a cui spesso si dà maschera di “rigore” – che ‘indipendenza’ non significhi necessariamente impossibilità di ‘rapporti analogici’. Bisogna distinguere i tentativi di tradurre il contenuto dalla musica alle parole i quali sono sempre maldestri, dai tentativi, forse doverosi, di avvicinare le parole alla musica sfiorandone il significato. Né questi ultimi, a mio avviso buoni seppur destinati a un’inevitabile parzialità, né i primi, destinati invece al completo fallimento, verrebbero intrapresi da nessuno se nel profondo dell’anima non si avvertissero arcane corrispondenze: misteriose ma concrete analogie, tra l’espressione verbale e quella musicale.
Per correttezza si dovrebbe allora ripulire, o arricchire, il vocabolario delle riflessioni musicali. Le varie lingue non sono nemmeno provviste di termini adeguati a trattar di musica ‘in purezza’. Espressioni come ‘affresco sonoro’, ‘immagine sonora’, ‘gesto drammatico’, ‘tono narrativo’, ‘scena grandiosa’ ecc. sono moneta corrente anche nelle proposizioni dei più fieri sostenitori della musica assoluta. Questo dato di fatto, lungi da essere una riprova di impurità o dipendenza della musica dall’ambito verbale – e tanto meno indice di un effettivo bisogno di riforme lessicali, per carità! – è sufficiente a stabilire tra tutte le forme d’espressione artistica (non solo tra musica e parola) veri rapporti, non di dipendenza, ma di parentela originaria. L’anima è come un fiume che bagna queste ‘rive’ dell’espressione. Non vi sono ‘ponti’ che stabiliscano tra loro un contatto pieno e tangibile, ma talvolta esse sono visibili l’una dall’altra con ‘sguardo analogico’.
Ovviamente non si raccomanderà mai abbastanza che ognuno si curi della decenza dei propri sguardi.