Ludovica ha scritto:
Questo ci dice che siamo alla canna 🙁
Scrissi, all'epoca dell'uscita di questo articolo, una lettera alla Stampa, che volentieri condivido 😉
Mi sorprende molto che un quotidiano prestigioso come La Stampa decida di pubblicare, in un momento di gravissima sofferenza per la cultura italiana e in particolar modo per la vita musicale del nostro Paese, un articolo delirante, pur scritto da un uomo di cultura, il ché lo rende forse ancor più grave, il quale con toni a dir poco irriverenti affronta un argomento delicatissimo da una prospettiva totalmente disinformata, o fintamente fessa.
Certo è che parlare del Teatro d'Opera come di qualcosa di vecchio e sorpassato è la stessa cosa che dire che si potrebbero chiudere i Musei perché le opere d'arte esposte in quei luoghi sono state viste e riviste e non hanno più nulla da dirci. O dire, che so, che i libri storici di tutte le Biblioteche del Mondo potrebbero essere bruciati, tanto oggi ci sono gli eBook. O dire che le Chiese di cui è disseminato il nostro territorio non servono a nulla e che si potrebbero usare quegli spazi per nuovi ipermercati o, ancor meglio, nuove banche, perché no?
Se sono cambiati i tempi per il Teatro d'Opera sono cambiati per l'arte tutta, e allora, perché abolire una cosa e conservare le altre?
Il Teatro d'Opera, come tutta la Musica, è arte "viva", che ha bisogno di persone che la mantengano tale, anche se a Ceronetti non interessa.
Il Teatro d'Opera non si può leggere in poltrona, come un qualsiasi lavoro di Ceronetti, il quale, tra le tante cose, quando parla dell'"imbecillità dei libretti di cui non se ne salva uno solo" commette due gravissimi errori: il primo è che valutare un libretto d'opera, soprattutto di Verdi, svincolato dalla musica è una cosa che non farebbe nemmeno uno studente al primo anno di Storia del Teatro musicale, visto che è notorio come la poetica di Verdi e, di conseguenza, dei suoi librettisti, fosse mirata ad un'efficacia teatrale nella sua complessità (ha mai sentito Ceronetti parlare di "parola scenica"? farebbe bene a documentarsi); il secondo errore è grammaticale: non si scrive "di cui non se ne salva...", perché c'è una ripetizione inutile che, da un insigne letterato in preda a fanatismi sulla purezza letteraria del Piave, sinceramente, non ci si aspetterebbe.
Avrei scritto "di cui nemmeno uno si salva", più corretto ed elegante, pur restando, nel merito, una sciocchezza.
Per non parlare della sequela di luoghi comuni sulle opere di Wagner (ma Ceronetti ne ha mai sentita una o ha letto, anche di quelle, solo i libretti?).
Certo, si dice "non importa quello che dicono di te, basta che ne parlino" e senza dubbio l'articolo di Ceronetti gli ha riguadagnato una (triste) notorietà, che forse invidiava a Piave, a Verdi, a Wagner.
Voleva forse prevenire chi, in un prossimo futuro, avesse a dire "è amaro pensarlo ma: se Ceronetti non scrive più, che male c’è?"