Io alla prima visione ho pianto un po', alla seconda ho pianto molto :-) e l'ho vissuto proprio come un film "contro" le narrazioni forti, le epiche ideologiche e artistiche. E' un tema che mi tocca profondamente, perché io non credo nell'epica, sono più un uomo da rassegnazione, da costatazione del disastro. E Sorrentino secondo me narra un disastro bellissimo, un pantano di bellezza, di godimento da cui è impossibile uscire se non vivendo momenti di emersione, di bellezza-di-un-grado-successivo, che nel caso di Jep Gambardella è il ricordo delle radici e l'inizio di un nuovo romanzo.
Guardando il film ho pensato a uno "stacchetto" di MTV che secondo me rende molto bene l'idea di "camp": dei teschi d'oro ricoperti di cioccolato fuso :-) il camp è quella specie di corrente artistica, o ideale estetico, che porta all'estremo l'idea della bellezza senza funzione. Praticamente è un kitsch che sa di essere kitsch e marcia sul limite tra bruttissimo e bellissimo. Per farci capire, Platinette è camp. E perché si ispira a "Divine", una famosa drag queen cicciona e feticista che divenne musa ispiratrice di John Waters, il regista di "Hairspray". L'estetica "plastificata" degli anni '50, quella delle padrone di casa con i capelli cotonati, i vestiti dai colori accesi, le superfici lucide, è camp. In realtà tutte le estetiche pop sono camp, quando cercano di essere bellissime. Ecco, La grande bellezza, secondo me, adotta un'estetica camp per descrivere un mondo in cui l'arte è forzatamente superbellissimissima, così superbellissimissima da non avere senso. L'arte, le feste, i vestiti, le occasioni sociali, sono tutte estetizzate al limite. Ma questa vita che dovrebbe essere meravigliosa, in realtà è vuota di significati, e tutti cercano un po' sì e un po' no qualcosa di più.
La cosa che secondo me ha disturbato molti, è che negli ultimi anni siamo convinti che all'eccesso si debba contrapporre la rigidità. La maggior parte dei miei amici che hanno odiato il film sente dentro di sé il fallimento dell'intellettuale di sinistra, della tipa che nel film vorrebbe essere così pura da opporre la lotta civile all'insensata bellezza. Ma il suo E' un fallimento, come è un fallimento quello del ragazzo che legge Proust e Turgenev e si suicida. E' un fallimento pure quello di Romano (Verdone) che torna a Nepi perché Roma lo ha deluso. L'unico personaggio veramente puro, che è la Santa, è ridicolo e del tutto inavvicinabile, perché la povertà si vive, non si racconta! A me è piaciuto tantissimo come personaggio e moltissimi miei amici non lo hanno neppure capito. Se avete mai visto Così è (se vi pare) di Pirandello, avete capito la Santa :-) è la verità, è il deus ex machina enigmatico finale. Che però, ripeto, è così puro da essere incomprensibile, e comunque ridicolo o, usando un termine pirandelliano, grottesco. Siamo terrorizzati dalla sua purezza.
In tutta questa bellezza impantanata, ci sono momenti di emersione. Che sono le albe e i monumenti di Roma, soprattutto, le situazioni in cui Jep piange, i ricordi dell'amore perduto. Questa è bellezza che resiste, chiusa a chiave nei palazzi delle principesse o nei nostri ricordi. O, come nel caso dei poveri Colonna di Reggio, contemporaneamente chiusa a chiave nel palazzo e nei loro ricordi. La scena della vecchietta che guarda la sua culla è tremenda...