A mia figlia grande è mancato uno ScalaQuaranta. Peccato davvero. Ormai è in terza, gli anni delle medie non torneranno più.
La piccola in prima media è capitata molto meglio...
Cosa sarebbe giusto fare in quelle due ore?... A me pare di aver già risposto nei post precedenti. Ma rispondo volentieri.
Per un anno intero ai ragazzi non farei vedere nè un pentagramma, nè una nota, e non farei suonare nulla. Svolgerei (per dovere) il programma di storia delle musica supportandolo con brevi ascolti dimostrativi ad hoc.
Stuzzicare la curiosità, sì. Ma anzitutto nell'ambito dell'ascolto, consapevole. Cercherei di suscitare la seduzione per l'oggetto sonoro. E andrei mendicando presso gli uffici stampa delle società concertistiche della mia città, prezzi proponibili alla riunione coi genitori di inizio anno per minimo due massimo tre concerti nell'arco dell'anno. Questo è quel che farei in pratica.
Tornando invece alla riflessione, dico che sono di quelli che ritengono la musica una forma di espressione, e non solo un piacevole intrattenimento. Come ogni forma espressiva richiede però un periodo di assimilazione – e, perché no? anche di incomprensione – perché arrivi a comunicare davvero qualcosa. Sono convinto che le modalità con cui la sensibilità musicale nasce e si sviluppa in una persona siano simili – in tutto – ai modi in cui veniamo alla luce e cresciamo nella nostra madrelingua. Questo confronto con l’apprendimento del linguaggio, che cresce in noi con la lentezza di un albero, è illuminante.
Nasciamo e non ne comprendiamo nulla. Sono solo voci, suoni, suggestioni. Ci vuole più di un anno per imparare «mamma», altri cinque per acquisire molte altre parole ed esprimerci in modo accettabile. All’asilo e alla scuola materna viene data molta importanza all’ascolto di filastrocche, piccole poesie, storie brevi, semplici (ma belle). C’è una sensibilità sempre più diffusa per la qualità dei testi per l’infanzia che i genitori leggono ai figli. Dopo, alle elementari e alle medie, questa tipo di attenzione prosegue: i testi e gli autori proposti sono adeguati all’età dei ragazzi e stimolanti per lo sviluppo di lessico e contenuti. Alle elementari si comincia a chiedere di passare, dalla passività dell’ascolto, a quell’ascolto non passivo che è la capacità di lettura. Poi vengono i primi tentativi di produzione: la stesura di piccoli pensieri, e via via una scrittura sempre più ricca e versatile.
Ma è dal giorno della nascita (anche da prima, sembra) che nella nostra lingua madre eravamo immersi; è da quel giorno che, anche se non la capivamo, ci "coccolava".
Perché, in quella che vorrebbe – dovrebbe – essere un’educazione musicale, non c’è, nella pratica, la coscienza di questa gradualità?
è ovvio che (non essendoci purtroppo ed. mus. nelle scuole precedenti) in tre anni di medie sarebbe assurdo predere alla lettera un'ottica come quella che ho appena scritto. Ma da questo estremismo a quello di non ascoltare praticamente nulla ci sarebbe una sana via di mezzo!!!
Educazione: Nell’etimologia latina e-ducere suggerisce il trarre fuori, fare emergere. Cosa? A mio avviso, nel nostro caso, la sensibilità, anche quando pare assente.
'Educazione' dice il fascino di una crescita interiore, di uno scoprire aree di bellezza, aree di sensibilità.
Sembra di scoprire l’acqua calda affermando che non ci può essere espressione che non sia preceduta da impressione. Ma forse l’acqua calda, il buon senso, a volte si perde e bisogna riscoprila. Allora, educazione musicale delle nuove generazioni, oltre a non essere un cumulo di nozioni, non è nemmeno, in sé, quel patrimonio di bellezza, di grandi opere musicali a cui siamo legati e che vorremo continuassero a vivere nei giovani, ma – anzitutto – l’educazione di un animo sensibile.