Ciao Gilda, felice di conoscerti in questo forum!
Ho deciso di inserire questo topic all'interno di questa tua felice idea di aprire un forum su Chopin perché mi è sembrato veramente un peccato lasciar cadere una tua affermazione che hai fatto per sostenere la tua causa. Eccola: «Chopin è un grande...non è solo un grande compositore pianistico...ma è un grande compositore. Sono certa che se non fosse morto così giovane e non fosse stato così umile avrebbe composto anche opere e sinfonie.»
Ora, Gilda – certo che il tuo none o nik, fa pensare più a Verdi che a Chopin! - in attesa che eventualmente, se vorranno, altri ben più qualificati del sottoscritto possano dire la loro in merito, vorrei provare a dirti la mia.
Il discorso circa il cosa avrebbero composto i tanti grandi compositori morti molto prematuramente, è un po' una costante nella storia della musica. Un Schubert morto a soli 29 anni, dopo aver composto immensi capolavori, un Mozart a quasi 36, un Pergolesi a soli 26, ma anche lo stesso Beethoven morto a 56 – pensiamo che Cherubini morì a 83 anni – ma con ancora tante idee per la testa, a cominciare da una sua decima sinfonia, cosa avrebbero potuto darci ancora oltre a tutto quello che ci hanno lasciato? Ovviamente la domanda è retorica e non potrà mai avere una sua risposta ma, giustamente, a noi piace porcela.
Questa domanda vale anche per Chopin morto a soli 39 anni e che fu sicuramente «un grande compositore» - anzi un genio perché non dirlo apertamente – e non un solo «grande compositore pianistico», anche se per l'orchestra compose ben poco, e nulla per il teatro.
Nel caso di Chopin, senza peccare di presunzione e senza per questo sminuirne l'importanza e la grandezza, penso che una cosa però si possa dire con estrema sicurezza: avrebbe certamente fatto altre cose splendide per pianoforte ma non avrebbe mai fatto musica per solo orchestra - e neanche più per pianoforte e orchestra – e tanto meno per il teatro.
Perché Gilda sono sicuro di ciò? Perché Chopin, compose le sue uniche opere per pianoforte e orchestra fra il 1827 e il 1830 e, dunque, in età giovanile. Poi – a parte le Opus 3 e 65 per violoncello e pianoforte, i 17 canti Polacchi Opus 74, e altre cose di musica da camera, sempre presente comunque il pianoforte – tutto il resto fu per pianoforte.
A cosa fu dovuta questo suo atteggiamento assolutamente restio a comporre per orchestra, è una questione che rimane assai dibattuta. Tutte le ipotesi fatte trovano un loro fondamento e una loro validità. Qui voglio proporne due, sostanzialmente in antitesi, e che però, ciò nonostante, contengo indubbia verità.
La prima è quella di Claudio Capriola e Giorgio Dolza, coautori per l'Einaudi di un libretto, con tutte le opere di Chopin dal titolo: “Chopin. Signori il catalogo è questo”: «A noi sembra nel giusto chi ritiene che, soprattutto, il nostro musicista si fosse persuaso del fatto che il pianoforte, il solo pianoforte bastava a contenere l'intero suo universo sonoro, poetico ed espressivo».
La seconda è di Milan Kundera, grande scrittore Ceco, sia di romanzi che di saggi, nonché musicista e figlio di musicista: «Sarebbe interessante esaminare tutta la musica dell'Ottocento come un tentativo costante di superare la sua dicotomia strutturale. Vorrei citare, per esempio, quella che chiamerei la strategia Chopin. (...) Chopin rifugge dalla grande composizione, e scrive quasi esclusivamente brevi pezzi riuniti in raccolte. (...) (Le poche eccezioni confermano la regola: i suoi concerti per pianoforte e orchestra sono mediocri). Egli si è quindi mosso controcorrente, perché ai suoi tempi il criterio base per valutare l'importanza di un compositore era la creazione di una sinfonia, di un concerto, di un quartetto. Ma proprio sottraendosi a questo criterio Chopin ha creato un'opera che è forse l'unica della sua epoca a non essere invecchiata e che resterà viva nella sua integralità, quasi senza eccezione.»
Dal mio punto di vista, sono sostanzialmente d'accordo con entrambe queste affermazioni – tranne la parte finale di quella di Kundera, ma questo sarebbe tutto un altro discorso che ci porterebbe assai lontani da qui – perché, anche se so che dire ciò, può creare delle forte critiche, sono convinto che Chopin, nelle sue opere con orchestra sia stato sostanzialmente mediocre; e questo seppur i due concerti godano ancora oggi di grande popolarità presso il pubblico della musica classica.
Per inquadrare tutto ciò è necessario come sempre rivedere e contestualizzare la storia della musica di quel periodo e, quella sopratutto relativa, al concerto per pianoforte e alla musica solistica per pianoforte. E dunque, come sempre, farò un pistolotto lungo. Amen e scusatemi!
In realtà è - come per tutta la musica post-beethoveniana - necessario rifarsi a Beethoven e alla sua grandissima e, assolutamente ingombrante eredità.
Nell'ambito della storia del concerto per pianoforte e orchestra, con Beethoven si compì quella rivoluzione, già ben presente nel Quarto Opus 58 del rafforzamento dell’aspetto sinfonico da un lato e di quello solistico dall’altro, ricercandone un'ideale integrazione: il solista non si sovrappone più e accetta di essere trattato come una sezione dell’orchestra.
Dopo Beethoven, a cominciare dallo stesso Schubert che fu un compositore assolutamente poliedrico e geniale ma nel cui vastissimo catalogo pieno di ogni ben di Dio non risultano nessun concerto per strumento solista e orchestra? La risposta giusta la diede, secondo me, il musicologo Alfred Einstein: «Si potrebbe immaginare che sarebbe stato in grado di continuare a coltivare quel genere nel modo che l’aveva sentito Mozart, che tratta ancora il pianoforte come primis inter pares, in perfetto equilibrio con l’orchestra, senza rivestire nessuna funzione drammatica (…) ma dopo Beethoven i cui concerti erano già stati composti fin dal 1809 ciò non era più possibile. Dopo Beethoven, l’unica formula possibile era l’opposizione drammatica fra lo strumento solista e l’orchestra.»
Per Schubert, per la sua concezione musicale ancorata ancora sotto vari punti di vista alla fine del 700, sarebbe stato impossibile proseguire su quella strada.
Dopo Beethoven, i concerti i dei vari Craner, Moscheles, ecc. che calcarono lo stile salottiero fatto di partiture molto frivole e leggere allora tanto di moda, oggi sono sostanzialmente sconosciute.
Ma si può ben dire che anche grandi compositori come Chopin e Mendelssohn non seppero andare oltre a questi modelli tanto è vero che Robert Schumann, nella sua qualità di critico musicale – egli fu uno dei primi a ricoprire anche questo ruolo nell’ambito della storia della musica – non mancò di riprenderli duramente. Del secondo Concerto per pianoforte e orchestra dell’amico Felix Mendelssohn così scrisse: «Appartiene alle sue creazioni più leggere, composte in fretta, proprio come quelle che scrivevano i vecchi maestri quando si riposavano delle loro grandi creazioni.»
In realtà il problema ci fu anche per le Sonate e questo, proprio per la difficoltà a dire qualcosa di nuovo, dopo le ultime di Beethoven. Dopo i corpus piano-solistici beethoveniano e schubertiano, i compositori, si orientarono verso generi pianistici più brevi e ad unico movimento: studi, polacche mazurche, preludi etc.: lo stesso Chopin annoverò solo 3 sonate – di cui la 2 e la 3 sono capolavori assoluti – nel suo catalogo. L'unico compositore post-beethoveniano che compose 9 sonate fu Prokofiev.
Ciò detto rimane comunque il fatto che Chopin con il suo “solo” pianoforte fu il compositore capace di riassumere l'infinito, di esprimere il linguaggio del sentimento, di dar voce all'indicibile e questo, senza pretendere di descrivere e illustrare alcunché.