Recentemente mi è capitato di esercitarmi per un certo periodo su un piano antico, un Pleyel verticale di fine ottocento restaurato nei primi anni 2000,
a dispetto di una serie di "limiti" piuttosto evidenti dello strumento, primo fra tutti la scarsa tenuta dell' accordatura, la gamma dinamica limitata, uno timbro simile a un forte-piano, bassi deboli, difficoltà a suonare dentro i tasti per una loro dimensionatura leggermente (ma percettibilmente) inferiore rispetto all' attuale, ecc.. devo dire che è stata un' esperienza interessante e a tratti sorprendente.. ho avuto spesso la sensazione di suonare su uno strumento straordinariamente "vivo", reattivo, umano.. come se gli accenti, i respiri, le intenzioni, il proprio pensiero musicale si materializzassero con facilità e fluidità. Al paragone i moderni pianoforti, nonostante la loro più avanzata tecnologia, mi appaiono, alle volte, più anonimi, più freddi, meno "umani"...
Che ne pensate?