Fu l’epoca di Léonin e Pérotin, un periodo di grande fermento culturale in cui la musica, pur rimanendo in secondo piano rispetto le altre arti, diventò materia di studio accademico.
Pérotin rappresentò un significativo rinnovamento nell’ambito musicale dell’epoca, scrisse con grande abbondanza di “colori” i più bei tripla e quadrupla quali il Viderunt omnes e il Sederunt Principes che furono composti per il Natale del 1198, il primo, e il Natale 1199 il secondo.
«(…) La loro imponente struttura sembra rendere musicalmente la grandiosità delle architetture gotiche della cattedrale di Notre-Dame. L’agilità corale delle voci, i ritmi quadrati e i motivi brevi, le melodie disposte in ritmici reiterati, le voci procedenti a volte indipendentemente l’una dall’altra, sono i caratteri peculiari di queste composizioni. La loro scrittura è eloquente, fantasiosa, piena di effetti delicati, spesso (ma non si hanno riferimenti precisi) con il tenue accompagnamento di strumenti musicali. Si tenga presente a questo proposito che solo due strumenti sono incontestabilmente presenti come accompagnamento della musica religiosa medievale: l’organo e le campane. Non si sa per certo se ci fosse stato un organo a Notre-Dame al tempo di Pérotin, ma nel caso ci fosse stato, è probabile che il suo uso fosse destinato solo a sostenere il tenor nelle sue parti.
(…) il valore dell’opera di Pérotin non si ferma alla produzione di opere mirabili, ma va oltre: essa pone le basi dei progressi che furono raggiunti nel metodo della notazione nei secoli futuri; inoltre proprio per essere stato il punto di partenza da cui prese l’avvio della forma del mottetto essa segna un momento di passaggio nell’evoluzione storica: dal sacro al profano. La produzione di Pérotin può essere collocata a buon merito nel punto più alto della civiltà musicale nella Francia medievale. Con Pérotin
l’Ars antiqua
raggiunge il suo apogeo(…).» (Renato Garavaglia)
«(…) Pérotin muta il genoma della musica e ne controlla i replicanti. Sia pure in modo discreto e sotterraneo, emerge come fantasma improvviso e lontano, nel corso dei tanti secoli che seguono. (…) Le instancabili pulsazioni ritmiche di Pérotin si saldano con le iterazioni del giovane Stravinskij nel primo Novecento:
(1913)
(1914/23)
A fine millennio insegnano le frammentazioni minimaliste, per esempio Philip Glass:
(1969)
e Steve Reich in America:
(1970/71)
Louis Andriessen in Europa:
(1976)
In Unione Sovietica diventano ieratiche e non meno ossessive quando ne rallenta la scansione Arvo Pärt:
(1977)
(tante versioni 1977/92)
(1980)
(1985)
Nell’interscambiabilità di segmenti di registri vocali delle sue pagine medioevali, Pérotin anticipa i concetti di organicità strutturale combinata con aree lasciate all’imprevedibilità del caso e dell’estro dell’interprete, con architetture non concluse. Sono i criteri imposti da Pierre Boulez e Karlheinz Stockausen agli allievi dei corsi estivi di Darmstadt, solo una sessantina di anni fa.» (Enzo Beacco: Offerta musicale. La musica dalle origini ai nostri giorni. Il Saggiatore)