secondo voi come si dovrebbe scrivere di storia della musica?
la storiografia di sinistra è ben diversa non sono termini per cui impazzisco, ma sono di uso abbastanza comune. la storiografia di sinistra è ben diversa non sono termini per cui impazzisco, ma sono di uso abbastanza comune. Riassumendo, la storiografia di sinistra si concentra sulla sociologia, sugli scenari economici e sociali; la storiografia di destra sui personaggi.
praticamente tutto il repertorio di cantus planus (cosiddetto gregoriano) non ha autore. E parliamo di secoli e secoli di musica. Nel nostro ipotetico libro di storia della musica, di cosa parliamo arrivati lì? Di altri autori medievale, e perfino rinascimentali, sappiamo ben poco, e spesso le notizie sono così dubbie da diventare, appunto, mitografia. Cosa facciamo lì? Tu hai sottolineato una cosa molto giusta, traendone, secondo me, la conseguenza sbagliata: la musica è fatta di opere, ma non necessariamente di autori. Che si parli di opere, allora. (Claudio)
Comparare più fonti tenendo conto delle necessità antropologiche e in modo trasversale considerando il campo Artistico, Culturale, Religioso-Rituale e Linguistico. (Xenakis)
Quello di Xenakis mi sembra un approccio molto vicino a quello dell'etnomusicologia (Frank)
Ma non ti pare – è ciò che ti chiedo – che ‘destra’ e ‘sinistra’ possano fecondamente stare insieme? (Luca)
« La vasca da bagno è di destra e la doccia di sinistra » più o meno recitava così una canzone di Giorgio Gaber fra le tante altre cose.
A me questo gioco di destra e di sinistra, a differenza di Claudio, piace tanto e lo trovo pertinente perché, a differenza di tanti benpensanti dei giorni nostri che ritengono essere questi due termini un retaggio del secolo scorso ormai superato, penso che destra e sinistra esisteranno almeno finché esisteranno i primi, i secondi, i terzi, i quarti ... gli ultimi. Solo quando l'umanità raggiungerà – semmai la raggiungerà! – una sostanziale uguaglianza, destra e sinistra non avranno più alcun senso. Non vogliamo chiamarli destra e sinistra ma Paperone e Pippo? Va bene! Non è questo il problema: il problema è che o si sta con Paperone o con Pippo, e finché ci saranno entrambi io starò con Pippo, parteggiando come ci invitava Gramsci e come ricordato da Otello.
Detto ciò, come la vasca da bagno e la doccia possono coesistere in uno stesso ambiente, altrettanto penso sia giusto e opportuno che le opere e gli autori facciano altrettanto, però con al centro le opere e un po' in penombra gli autori.
Se è vero che secoli e secoli di musica hanno prodotto musica di autori anonimi e, di conseguenza, anche capolavori di autori anonimi - penso fra tutti al “Ludus Danielis” di anonimo di Beauvais del XIIesimo secolo, ai "Carmine Burana", non quelli di Orff naturalmente ma quelli originali del 1200 - è pur anche vero che sostanzialmente dal 1600 in avanti tutta la musica, almeno quella che ha contato nel cammino della sua storia, ha dietro un nome e un cognome, e, ingiusto e parziale sarebbe l'ignorarlo per motivi che ho già espresso in altri argomenti.
Una storia della musica di sinistra dunque come dovrebbe essere? Facciamolo dire a Giordano Montecchi, insegnate di Storia della musica all'università di Bologna, nonché critico musicale dell'Unità.
Giordano Montecchi ha scritto 15 anni fa in due volumi “Una storia della musica” Bur editore, proprio « perché, pur assomigliando a quella che un tempo si chiamava “Storia della musica” tout court, muove dalla convinzione che tutte le storie che vengono scritte scaturiscono sempre, per forza di cose, da un punto di vista e siano quindi tutte provvisorie e da riscrivere.
(...) la disciplina storia della musica possiede una vasta articolazione di prospettive e metodologie, che accanto ai “grandi compositori”, giocano un ruolo altrettanto importante: elementi come i diversi stili, i generi, le forme, le diverse nazionalità, i rapporti con le condizioni culturali e sociali delle varie epoche.
Anche a questo livello e forse in maniera ancora più accentuata, la nozione di storia della musica rientra tuttavia nei confini di ciò che è ovvio e risaputo. Essa è la disciplina cui compete un ampio ventaglio dei temi e di compiti, che si occupa delle civiltà musicali antiche, del canto gregoriano, dei trovatori, dei fiamminghi, dello stile barocco, delle concezioni estetiche del Romanticismo; ma ugualmente studia anche l'evoluzione della notazione, le trasformazioni della teoria musicale, il mutare delle condizioni dei musicisti in seno alla società, la concezione delle avanguardie; inoltre essa ha a che fare con i problemi posti da discipline attigue come la filologia del testo e della prassi esecutiva, l'etnomusicologia, l'analisi musicale e altre ancora.
Ciò che di solito rimane in ombra, o quantomeno in secondo piano, è invece la questione fondamentale, vale a dire la storicità di tale nozione. La storia della musica, in altre parole, ha essa stessa, in quanto disciplina, una storia, una genesi, un susseguirsi di profonde trasformazioni nelle sue premesse e finalità. Queste trasformazioni sono legate certamente al divenire dello sfondo filosofico e teorico del mutamento del quadro sociale e culturale entro cui esse hanno luogo. Ma, all'interno di questo quadro generale, bisogna tenere presente che la storia della musica si modifica innanzitutto in quanto si modifica il proprio oggetto: la musica stessa. In fin dei conti è il modificarsi della nozione di musica che determina una storia della musica. »
Ciò detto, mi pare del tutto evidente che “una storia della musica” dovrebbe essere innanzi tutto scritta da tante mani, non solo perché nel suo ambito, c'è chi più esperto di musica antica, chi di musica barocca e via discorrendo, ma perché richiede l'apporto di tanti “professionisti” non solo musicali. Storici della musica e musicologi certamente in primis ma, proprio perché essa è collegata con la storia tout-court, con la filosofia, con tutte le altre arti, con la poesia e la letteratura richiede l'intervento di esperti di queste materie che sappiano mettere il tutto in relazione.
Ad esempio “una storia della musica” non può prescindere dall'importanza della poesia che durante il Trecento, il Quattrocento e il Rinascimento la investì. Come non può prescindere dalla pittura che in tanti suoi capolavori “parla” espressamente di musica.
« “La pittura trasforma lo spazio in tempo, la musica trasforma il tempo in spazio.” L'aforisma di Hugo von Hofmannsthal (...) lega insieme le due arti in un rapporto di complicità, come se vi fosse in atto, da sempre un progetto segreto e addirittura eversivo di trasformazione del mondo. Quel progetto esiste sin dalle origini del comunicare in termini di civiltà. Si pensi ai dipinti murali nelle tombe egizie, in cui la gerarchia dell'universo si compone finalmente in forme perfette ed eterne al confronto con il mutevole e caotico divenire delle cose reali,e, con un balzo attraverso la storia dell'altrettanto cosiddetto homo sapiens, riflettiamo sulla funzione messianica del tristan-Akkord, grazie al quale dal 1865 in poi è divenuto possibile capire come un accordo caratterizzato da un anomalo sol# subisca una transustanziazione e si trasformi in filtro d'amore tale da mutare irreversibilmente la nostra essenza antropologica, o come un pedale di mib non “rappresenti simbolicamente” ma “sia ontologicamente” l'origine del cosmo, o ancora, come alla fine del primo atto di Parsifal il tempo si trasformi davvero in spazio. » (Quirino Principe)
Ecco, i miei due occhi hanno già ritrovato
tutta la forza di un tempo,
e con le mie due orecchie
odo le armonie nascenti dall'Ordine
Come Râ, navigo nell'oceano del tempo
(Libro dei morti dell'antico Egitto)