In attesa di Claudio, dico la mia su quest'opera che amo particolarmente, a parte il finale che non è di Puccini e che non sopporto.
“Turandot” è la tredicesima e ultima opera di Giacomo Puccini. In essa convivono influssi di Debussy, di Stravinskij. Si tratta, dunque, di una ricerca musicale spesso inusuale a quella fino a quel punto elaborata dal compositore. La grandezza musicale della “Turandot” sta nel suo offrirsi come frutto dai molteplici sapori di una stagione operistica ormai esaurita. Il compositore riiuscì a fondere mirabilmente bellissime arie di stile ottocentesco quali “Non piangere Liù”, “Nessun dorma”, “Signore ascolta”, “Tu che di gel sei cinta”, “In questa reggia”, con un aggiornatissimo respiro corale e una squisita e moderna orchestrazione. Già fin dall’inizio, dopo che il Mandarino annuncia la legge di Turandot, la folla con accenti barbarici, è accompagnata da una musica che ricorda lo stile stravinskjano di quegli anni. Poco dopo il sublime “Inno alla luna” è impregnato di una sonorità tipicamente debussyana. Seguono poi passaggi politonali, melopee dal gusto sacrale, scale pentatoniche, orientaleggiamenti ed altro ancora, il tutto accompagnato da un’orchestra veramente possente mai prima usata dal compositore. Il motivo della grandezza musicale di “Turandot” sta, secondo me, proprio qui: nel sapersi offrire come un frutto dai molteplici sapori in una stagione operistica ormai esaurita, ormai inesorabilmente al tramonto e, come molti sostengono, la tomba di Liù fu anche la tomba del melodramma italiano.
Purtroppo dove Puccini si impantanò fu nel libretto. L'opera, infatti, non fu terminata per causa della sua morte come solitamente si afferma o si pensa, ma proprio perché il compositore non sapeva come fare per terminarla. Già dal 1923, Puccini si era fermato alla tragica morte di Liù perché il dilemma, fu a quel punto, quale conclusione degna potesse avere l’opera dopo quell'evento tragico, di cui il responsabile, seppur indiretto, era Calaf?
D'altra parte, in quel rebus, il compositore si gettò proprio lui stesso. Fu lui a volere vistose variazioni rispetto all’originale fiaba di Carlo Gozzi e fra queste, la più importante, fu l'introdurre la figura di Liù, - che nella fiaba originale non c’è – donna che riunisce in sé due funzioni: fido sostegno di Timur e d'innamorata segretamente di Calaf. (In Gozzi al posto di Liù c’è Adelma, principessa tartara, schiava favorita di Turandot). Questa situazione sconvolge completamente la situazione: Adelma è rivale in amore di Turandot ma è un personaggio completamente negativo, e le sue trame che ordisce per portare via Calaf a Turandot sortiscono l’effetto contrario di far si che questi se ne innamori. Ma è proprio nel finale che avviene, di conseguenza, uno sconvolgimento totale. In Gozzi l’aspirante suicida è Calaf che, vedendosi scoperto, minaccia di uccidersi e a salvarlo è Turandot. In Puccini invece, come si sa, chi veramente si suicida – o meglio, si fa uccidere - è Liù e questo come atto estremo di un amore che sa di non poter consumare.
Puccini, molto comprensibilmente, si trovò in forte imbarazzo sul come fare a terminare l’opera e si bloccò. Quel che è certo che il finale poi fatto da Alfano è veramente inappropriato e assolutamente non convincente. Ci sono direttori che, come il grandissimo Toscanini alla sua prima avvenuta nel 1926, si ferma alla morte di Liù ma, molto più recentemente, nel 2001, il Maestro Luciano Berio, approntò
, eseguito per la prima volta il 24 gennaio 2002 alle Isole Canarie con la direzione di Riccardo Chailly. Dal mio punto di vista è un bellissimo finale e assolutamente appropriato e, a tal proposito, propongo alcuni passi di un’intervista che Berio rilasciò a Sandro Cappelletto sul giornale “La Stampa”:
Cappelletto: Maestro Berio, è stata la malattia a fermare Puccini?»
Berio: «No, è stato il libretto, che definirei vergognoso. Lui aveva capito che dopo la morte di Liù non poteva terminare in gloria con un duetto d´amore tra Calaf e Turandot. Ha lasciato delle precise indicazioni in questo senso: "Turandot finirà pianissimo". Questa nuova Turandot finirà esattamente così»
Cappelletto: «Nel suo lavoro ha tenuto conto degli appunti, degli schizzi di Puccini?»
Berio: «Naturalmente sì. Gli appunti sono numerosi e interessanti, spesso disordinati e qui e là addirittura sperimentali, con accenno di una serie dodecafonica. Sono anche ritornato a momenti precedenti, soprattutto al primo atto, che è un capolavoro».
Cappelletto: «Ascolteremo - solo - Puccini o i suoi frammenti incontreranno spunti, cellule creative di altri compositori?»
Berio: «Le prime due battute di Turandot propongono una vera e propria cellula generatrice dalla quale derivano riferimenti alla Settima Sinfonia di Gustav Mahler e ai Gurrielieder di Arnold Schönberg. E, a non finire, al Tristano di Wagner».
Cappelletto: «Tra gli appunti relativi al finale, Puccini ha lasciato un´annotazione affascinante: «Qui Tristano». Perché questo riferimento a Wagner?»
Berio: «Era ossessionato da Wagner, che aveva per lui un effetto liberatorio, e dagli sviluppi armonici della sua musica. L´ultima aria di Liù, "Tu che di gel sei cinta", è preceduta da alcune battute direttamente riconducibili al Tristano. Puccini è stato, tra gli italiani, il primo musicista europeo».
Cappelletto: «Che cosa gli ha impedito di essere considerato un radicale innovatore del linguaggio musicale?»
Berio: «Era un uomo intelligentissimo, che mirava al successo, essendo consapevole degli eventi musicali a lui contemporanei, ma era pur sempre condizionato dal fatto che qualunque cosa facesse doveva avere successo»
Cappelletto: «Ha musicato tutte le parole del libretto, oppure ha operato dei tagli?»
Berio: «Non tutte, ma questa non è una novità. Dei tagli li fa, ad esempio, anche Zubin Mehta nella sua registrazione discografica. Ci sono delle parole assurde nel libretto: "Ride e canta l´infinita nostra felicità", dice il coro nel´inno conclusivo e Calaf si esprime con frasi come "La bocca fremente". E´ sempre eccitato.»
Cappelletto: «Come definirebbe il carattere del Principe Ignoto?»
Berio: «Un principe priapico»
Cappelletto: «Nel programma di sala scritto per l´occasione, Marco Uvietta mette in risalto l´importanza di alcune sue scelte ed esclusioni, soprattutto per quanto riguarda il lieto fine del´opera, che è sempre sembrato troppo rapido, poco motivato. Come si conclude la sua Turandot?»
Berio: «In modo meno diretto, meno teleologico. Turandot finisce più sospesa, come accade nel teatro orientale, senza dare al racconto una finalità esplicita. Molto delicatamente, poco prima della fine, ritornerà il ricordo di Liù. Turandot termina con una meditazione».