Thallo, non mi uccidere! . . . ma il musiforum esiste: è questo quà dove ci stiamo parlando! o no?
Nella mia sostanziale ignoranza di modernità e avanguardie, molte delle domande poste da Frank toccano temi che mi porto dentro da alcuni anni.
Cosa succede alla fine del concerto a livello interiore? . . .
Penso che, per ogni persona, avvenga una risonanza - un armonico - di quanto quella stessa persona durante il concerto ha dato alla musica. è chiaro che ognuno può dare nel limite della propria sensibilità ed esperienza, ma una disposizione di 'apertura' deve pur esserci perchè a fine concerto succeda qualcosa (anche solo qualcosina).
E quali sono quei fattori a cui si "appigliano" le possibilità di un brano di essere ricordato?
Posso proporre la 'ripetitività'?... Voglio dire: il ritorno, anche variato (ma con tratti anche minimi di riconoscibilità) delle sue formule elementari motiviche.
Traslando il discorso: non è forse la rima (in poesia) quell'elemento di ripetitività che consente un appiglio alla memoria? (che la poesia piaccia o non piaccia)
Non è forse la ripetitività di colonne archi bifore lesene... a stabilire quel dolce appiglio che consente di ricordare un edificio? (che l'edificio piaccia o non piaccia)
Ma quando si arriva a concepire musica che abbia carattere narrativo (e si può fare) ecco che devo confessare la mia debolezza. La 'narrazione' svolge qualcosa in cui, in genere, non c'è ripetizione. Una musica 'narrativa' a me risulta impervia: non mi offre appigli per entrare, poco a poco, nelle sue movenze: mi sorprende a ogni angolo, e devo seguirla pendendo dalla sue labbra (come una narrazione appunto).
Posso sperare che dopo ripetuti (e ripetuti) ascolti io riesca a ricordarla "in blocco"? Forse posso sperarlo. Ma ci vuole molta... determinazione.