Allora cosa ci da l'analisi musicale? Lo studio degli schizzi ci ha permesso di capire che mentre Haydn partiva dal tema e poi elaborava, Beethoven organizzava la forma e la struttura del pezzo contemporaneamente al tema, pianificava l'elaborazione e in base a determinate scelte apportava modifiche al tema e lo adattava alla logica del suo pezzo.... quindi l'analisi ci permette di capire il COME, non solo il PERCHE' di una determinata scelta strategica.
Analizzare non vuol dire forse capire quali sono i rapporti tra i diversi elementi di una composizione su larga scala e non?7
Io credo ci sia una sostanziale differenza tra la pura descrizione e l'analisi.
Studiare gli schizzi e fare analisi musicale sul pezzo finito sono cose diverse. Oggi l'obiettivo di molti è quello di integrarle, per quanto "metodologicamente" hanno senso anche come discipline pure. A me può interessare molto sapere come Beethoven costruiva le sue composizioni, ma l'analisi musicale sulla composizione finita mi spiega come oggi e ieri quelle composizioni funzionano, come vengono percepite, per quale ragione Beethoven è voluto arrivare a quel prodotto finito. Gli schizzi mi dipanano la strada del modo che ha usato per arrivarci. Ma se l'analisi musicale, essendo una disciplina sincronica, trova dati e argomentazioni "sempre valide" (affermazione da prendere con le pinze), lo studio degli schizzi, essendo una disciplina diacronica, o meglio, storica, è sempre passibile di cambiare il proprio tiro (per il ritrovamento di nuovi schizzi, per la falsificazione di appartenenza di quelli già esistenti o per altri oscuri meccanismi filologici).
Questo anche per chiarire che analisi musicale e studio degli schizzi sono cose diverse, non intercambiabili, con metodologie e scopi diversi. Schenker non voleva capire il percorso creativo, voleva piuttosto dimostrare una teoria formale, sintattica, "musicale", in senso lato, secondo cui ci sono strutture universali soggiacenti alla gran parte delle composizioni nel sistema tonale. La consapevolezza di queste strutture aiuta a comprendere la forma delle composizioni finite e indirizza l'ascolto e la fruizione di queste composizioni. Le riduzioni schenkeriane non hanno la presunzione di parlare del processo creativo e compositivo, sono, semplicemente, analisi dell'opera finita.
T
Talentuoso
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Risposta 22 di Talentuoso
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Thallo, io fatico un po' con la tua forbita terminologia e ricca metodologia di esposizione.
Giusto per capirne un po' di più, la lezione su Beethoven proposta due post su da Feldman, in quale dei 2 casi del tuo discorso si infila?
F
Feldman
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Risposta 23 di Feldman
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Rispondo a Thallo:
Il tuo punto di vista è quello di un musicologo, e ho il massimo rispetto per il tuo pensiero e per i tuoi fini nello svolgere una determinata analisi.
Il problema è che io non voglio analizzare per generare riflessioni musicologiche sulla Storia dell'evoluzione musicale attraverso i secoli, ma semplicemente capire come funziona la logica dei brani composti dai compositori del passato perchè io possa servirmi di tali conoscenze nel presente, quando scrivo musica mia.
Quindi se faccio l'analisi, la faccio per scrivere, esattamente come uno scrittore forma il suo vocabolario grammaticale, sintattico e logico leggendo tanti libri di tanti generi e autori (uno studioso di letteratura lo farebbe con scopi diversi, e quindi con metodologie sicuramente differenti, almeno su qualche aspetto legato al fine del lavoro).
Il fatto è che se prendo un qualsiasi brano e non ho a disposizione gli schizzi, posso comunque immedesimarmi in chi l'ha scritto partendo dall'inizio e capendo quali rapporti ci sono. Se questi rapporti vengono usati più volte nel corso del brano attraverso processi di evoluzione e contestualizzati in ogni evento formale, non mi resta che capire il come e il perchè di tali legami logici. In questo modo posso ricostruire il percorso compositivo. Certo è che se Beethoven per generare un tema è partito da una versione e ne ha fatte tante per arrivare alla definitiva (penso che per il primo tema dell'Eroica sia avvenuto questo, correggimi se sbaglio) ho bisogno di appunti che lo dimostrino. 🙂
Ma quello che voglio dire, e lo ribadisco, è che posso capire il come e il perchè di determinate scelte compositive e relazioni che, inserite in un contesto cronologico che va dall'inizio alla fine del brano, mi permettono di avere una chiara idea dei procedimenti. Non so se hai sentito le parole di Ligeti.... se possiamo affermare che in Beethoven c'è una ferrea struttura logica fatta di scelte strategiche significa che è possibile ricostruire un percorso, o no?
Interessante sarebbe rispolverare il pensiero di Franco Donatoni a tal proposito 😉
F
Feldman
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Risposta 25 di Feldman
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Frank ha scritto:
Interessante sarebbe rispolverare il pensiero di Franco Donatoni a tal proposito 😉
Donatoni era famoso per il suo acume analitico e per il modo di insegnarla ai suoi allievi. Lui, esattamente come altri docenti che hanno studiato nella sua classe (penso ad esempio a Solbiati) basava l'analisi sull'immedesimazione per capire il come e il perchè (quindi capire le relazioni facendole derivare da precedenti, etc.), come contestualizzare le scelte dentro una regola precisa con i suoi emendamenti e soprattutto la fase pratica dell'imitazione stilistica per poter applicare ciò che si è assimilato attraverso l'analisi.
Dovrei comunque rispolverare l'intervista iniziale di DONATONI curato da Restagno (ed. EDT) dove parla degli schizzi di Beethoven e del grande lavoro che c'è dietro un semplice tema...
Capisco il tuo punto di vista anch'io, soprattutto ora che lo hai esplicitato del tutto. Io mi sono limitato a dare delle distinzioni disciplinari molto ampie, perché sia l'analisi che lo studio degli schizzi possono essere usati per fini diversi.
Non ho ancora avuto occasione di vedere il video, mi spiace, ma il discorso a cui hai accennato, l'idea che tramite l'analisi formalizzi il brano, immedesimandoti perfino nel compositore, e da quelle formalizzazioni trai spunto per il tuo percorso compositivo, in senso disciplinare ha meno a che fare con l'analisi e più col tuo metodo compositivo. Con le dovute differenze, è simile al processo compositivo di molte composizioni spettraliste: si prende lo spettrogramma di uno strumento e si ricavano elementi utili per una nuova composizione. Ad un compositore spettralista questo sembra ovvio, ma in realtà lo spettrogramma di una nota di tromba non nasce come "spunto" compositivo. Allo stesso modo in cui l'analisi di una composizione di Beethoven non si fa per avere spunti compositivi (o non si fa "solo" per quello). Tu hai il sacrosanto diritto di guardare schizzi e composizioni e di usare questa specie di metodo Stanislaskij della composizione 🙂 ma è probabile che, in questo modo, prediligerai alcuni metodi analitici piuttosto che altri, darai peso a dei dati ignorandone altri, perché se dai UNO SCOPO all'analisi, la descrizione neutra ne perde! Se tu, per tue scelte estetiche, sei uno molto legato alle tecniche dello sviluppo tematico (un esempio come un altro) allora probabilmente considererei secondarie le analisi formali. Quelli "sgaggi" riconoscono con facilità le analisi fatte da compositori dalle analisi fatte dai musicologi. Ci sono ottimi e pessimi esempi di analisi fatte da chiunque, ma in genere i compositori si interrogano sul meccanismo tecnico-musicale (successioni armoniche, originalità formali etc), in genere i musicologi si sforzano di creare sistemi storici (questa cosa qui la facevano tutti ed è tipica di quel periodo). La musica contemporanea, poi, ha cambiato davvero tutto... e anche quella antica!
F
Feldman
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Risposta 27 di Feldman
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Il tuo commento è fantastico, grazie per la risposta. 🙂
Si, adesso capisco meglio ciò che volevi dire nei precedenti interventi, ma penso comunque che la predilezione per lo sviluppo tematico (sempre come esempio) non mi porterebbe mai a tralasciare, ignorare o comunque ritenere secondaria l'analisi formale, perchè il punto di vista del compositore è quello della relazione, non della descrizione... quindi riterrei la forma rapportata all'armonia, e l'armonia rapportata al tematismo. In questo modo ogni aspetto della composizione è importante allo stesso modo.
Non so a quali metodologie di Analisi ti riferisci, per ora quella che conosco io è: descrivere ciò che vedo per capirne caratteristiche, poi dare una funzione ad ogni elemento (su ogni scala) e passare al "come", ovvero risalire alla precedente relazione che comporta la presenza di quell'elemento anzichè un'altro. Nello stile sonatistico viennese, ad esempio, se identifico un motivo generatore e al suo interno incisi ben connotati (rapporti intervallari, ritmici, etc.) poi non devo fare altro che andare avanti e capire se quei rapporti si usano ancora e dove si usano.... mi accorgo in questo modo che il compositore "x" ha fatto questo, quello e quell'altro, e soprattutto mi chiedo perchè lo ha fatto e in quali condizioni.
In questo modo posso capire il suo percorso, certo non reale al 100% (dovrei prendere la macchina del tempo e spiarlo dalla finestra mentre compone 🙂)
ma sicuramente giusto, corrispondente alla realtà dei fatti.
Per quanto riguarda la musica contemporanea, non so a chi ti riferisci. Se parli delle avanguardie, allora il discorso cambia non poco, ma se parliamo del periodo anni '70/80 allora cambia ben poco! 😉
Io la mia tesi di laurea l'ho fatta sulla musica minimalista degli anni '60, quella che molti considerano facilissima e quasi inanalizzabile (perché dà risultati banali). Per cavare un ragno dal buco sono stato "costretto" a cambiare metodi di analisi, fregandomene di armonia e melodia, per esempio, e cercando di collegare dati musicali a conseguenze significanti in un altro modo... Analizzando "Music in Fifths" di Philip Glass, una composizione fatta di due linee parallele a distanza di quinta che vanno su e giù per gradi congiunti su cinque note (do re mi fa sol fa mi re do, insomma), ho frammentato in moduli la composizione, l'ho ridotta come se ogni modulo fosse esprimibile con un monomio algebrico, ho ricostruito una struttura formale secondo semplici criteri di addizione, sottrazione e ibridazione, e da questa riduzione ho ricavato implicazioni temporali, un complesso discorso sui vettori temporali, sulla "direzione" del tempo musicale, sulla teleologia percepita e su come ripetizioni ritmiche e melodiche abbiano funzioni diverse ma complementari. Tutto quello che ho ricavato non è ortodosso, è stato frutto di creatività.
Qui e altrove abbiamo già parlato di tipi strani di analisi musicale, applicati soprattutto al repertorio d'avanguardia. La set theory è un modo non immediato di dare conto dei "dati oggettivi" 🙂 ma se la set theory è stata spesso usata nello stesso modo in cui tu dici di usare l'analisi musicale classica (ovvero come modello per ricreare, poi, composizioni originali, vedi Milton Babbit), ci sono metodi analitici virtualmente inapplicabili alla composizione. L'analisi statistica, per esempio. E' utilizzata soprattutto nella musica antica, per i repertori di cantus planus, dove abbiamo così pochi appigli che sapere "quante volte" viene usata una nota in sequenza con un'altra, o un intervallo in sequenza con un altro, è già moltissimo. L'analisi statistica è un modo semplice e "anti-musicale" di ricavare dati, probabilmente a un compositore non verrebbe mai in mente di "contare" l'incidenza di un accordo nel corpus di un compositore, ma per chi vuole capire, non so, quanto effettivamente la nona fosse presente in un certo corpus polifonico, elaborare schemi statistici è il modo migliore.
L'analisi statistica è un modo semplice e "anti-musicale" di ricavare dati, probabilmente a un compositore non verrebbe mai in mente di "contare" l'incidenza di un accordo nel corpus di un compositore, ma per chi vuole capire, non so, quanto effettivamente la nona fosse presente in un certo corpus polifonico, elaborare schemi statistici è il modo migliore.