Approdiamo ora all'estrema stagione beethoveniana dove le Variazioni, assieme alla Fuga, acquisirono un posto centrale per la costruzione dei suoi massimi monumenti musicali. Esse sono infatti presenti, fra le altre, nelle Sonate per pianoforte Opus 109 e Opus 111, nel Finale della Nona, nell’Adagio del Quartetto Opus 127 e nel Quartetto Opus 131.
Ma è naturalmente con l’Opus 120 che Beethoven raggiunse la monumentalità attraverso la forma Variazione. Esse possono essere paragonate ad un insieme di Bagattelle che racchiudono tutto l’universo e la fantasia musicale beethoveniana, dove l’elemento terreno e quello sublime si toccano ad un livello di ineguagliabile altezza, siamo di fronte ad uno dei monumenti musicali-architettonici più grandi di tutta la storia della musica.
La loro eccezionale straordinarietà sta, innanzi tutto, nel fatto che Beethoven con esse riuscì a trasformare un semplicissimo tema in un monumento di enorme complessità. Da questo pezzo egli seppe ricavare la sua insospettabile infinita disponibilità, trasformandolo in una concatenazione di eventi musicali perfetti. È già infatti dalla prima variazione che il valzer viene completamente annullato da un'inventiva e immaginazione geniale che rende tutta l’idea dell'enorme grandezza del compositore.
Il principio che Beethoven adoperò per comporre queste Variazioni è indicato all’inizio della partitura. “Variazioni alterate” cioè Variazioni la cui scrittura musicale è basata sull’alterazione degli accidenti: diesis, bemolle, bequadro. In questa maniera, il compositore, scrisse 33 variazioni di carattere diversissimo l’una dall’altra e tutte di altissimo valore.
In estrema sintesi alcuni commenti su alcune variazioni:
Variazione n. 1 “Alla marcia Maestoso”: già qui Beethoven dà la prova della sua capacità combinatoria separando l’armonia dalla melodia, sviluppando quest'ultima secondo una progressione diversa dalla prima: intervalli di quarta per l’armonia e di seconda per la melodia.
Variazione n. 3 “Poco allegro”: Un vero e proprio Landler nel quale il tempo originale del valzer diventa un motivo estremamente romantico e popolare.
Variazione n. 5 e 21 “Allegro vivace”: “scherzi” nel più perfetto stile beethoveniano, la prima si caratterizza per il suo colorito armonico, la seconda ha all’interno lunghe pause divaganti in adagio. C'è da aggiungere che le Variazione n. 21 assieme alla 6 e alla 26, rappresentano le più vicine allo stile bachiano per la loro geometricità e purezza.
Già Luca l'ha rammentata, divertente la 22 con la sua citazione dal “Don Giovanni” di Mozart, dove viene richiamata l’aria cantata da Leporello proprio all’inizio “Notte e giorno faticar”
Ma le più belle e abbaglianti sono le ultime: la 31 che ricorda la grandezza lirica della Hammerklavier; la 32 una fuga brillante; la 33 che è rappresentata da un delicatissimo minuetto, degna e serena conclusione di un cammino che partendo da un motivo insignificante arriva ad una vetta altissima e invalicabile.
Su queste Variazioni una delle cose più autorevoli è stata detta dal pianista-musicologo americano Charles Rosen: «Un’opera come le Diabelli è soprattutto una scoperta degli elementi musicali più semplici, un'invenzione sul linguaggio della tonalità classica con tutte le sue implicazioni di ritmo, come pure di melodia e di armonia. Egli scoprì un universo, un linguaggio altrettanto ricco di possibilità di quello a cui avevano dato vita Haydn e Mozart. La sua unicità non trova paragone nella storia della musica.»
Siamo dunque arrivati alla vasta, sontuosa, monumentale chioma dell'albero, che Beethoven formò in 45 anni di carriera compositiva. Cosa era dunque avvenuto, in specifico, con Beethoven in tema di variazioni, nel suo miracoloso “terzo stile” e, soprattutto, cosa fece sì che tutto ciò si proiettasse, come “un ricordo al futuro” per dirla con Italo Calvino e Luciano Berio nel loro “Un re in ascolto” dandone i suoi frutti, fino al secolo scorso?
la memoria custodisce il silenzio
ricordo del futuro la promessa
quale promessa? Questa che ora arrivi
a sfiorare col lembo della voce
e ti sfugge come il vento accarezza
il buio della voce il ricordo
in penombra un ricordo al futuro
Il compositore Salvatore Sciarrino nel suo libro “Le figure della musica da Beethoven ad oggi” Ricordi editore, ha raggruppato 6 lezioni tenute in alcune città italiane dal 1992 al 1995, in cui egli cercò di individuare «l'albero genealogico» di alcune forme musicali della contemporaneità.
Con Beethoven si ebbe il passaggio dalla modularità ostentata alla modularità nascosta e quindi dalla variazione fatta di più pezzi alla variazione in un unico movimento: «(…) Nell’epoca beethoveniana ogni movimento si estende in durata si ingigantisce; insieme al lavorio si rafforza la concezione unitaria dell’opera. (…) Beethoven si applicò caparbiamente all’arte delle variazione. Non per niente la logica è il punto di forza della sua musica. Esercitare la logica vuol dire possedere sensibilità analitica oltre che costruttiva.
Beethoven è sicuramente il primo a intravedere anche il limite della forma a variazioni: ovvero la ripetitività della scansione strutturale. Con la generosità inventiva e anticonformista a lui solita, imprime un segno nella storia della forma e nell’animo di chi ascolta. Accogliamo lo scandalo di questo messaggio solitario.(…) Nelle ultime opere, Beethoven più volte ha piegato alla sua libertà individuale la rigidezza modulare delle variazioni. Quelle dell’Opus 131 mantengono la struttura classica e, allo stesso tempo, la superano.
Anzitutto la varietà delle articolazioni impiegate, il grado di caratterizzazione di ogni variazione sono eccezionalmente alti. A qualcuno parrà una contraddizione, eppure Beethoven ha ottenuto questa gran varietà partendo da un’economia di mezzi veramente capillare. Egli mostra capacità immaginaria organica, spalanca un modo, qualcosa di più e diverso che semplice capacità combinatoria.
Inoltre il compositore riesce a passare da una variazione all’altra senza che ce ne accorgiamo. Levitiamo in una continuità che ammalia.
Il risultato complessivo non assomiglia ad alcuna musica che io conosca. Ingannevole all’ascolto, non è facile capire in quale forma sia scritto un brano tessuto così serratamente; la partitura in sé ci soccorrerebbe poco qualora gli abituali criteri di analisi convenissero integrati con criteri d’insieme. (…) Il compositore abolisce i ritornelli testuali (convenzionali fino a quell’epoca) e scrive per esteso le ripetizioni dando spazio a inconsuete varianti. (…) prima che il tema sia finito il bisogno di variare ha preso il sopravvento: la ripetizione variata slancia l’intera traiettoria musicale.
Anche internamente ai pezzi seguenti la divisione in periodi non viene scandita. Anzi fra un periodo e l’altro non c’è soluzione di continuità, la musica tende a un fluire ininterrotto fatto di contrazioni e dilatazioni, addensamenti e rarefazioni (…)»
Ma la cosa più stupefacente, continuo a pensare, rimane la “Grande fuga Opus 133”, dove la Fuga si unisce alle variazioni, formando una simbiosi di altezza geniale inarrivabile: «il pezzo più stupefacente di tutta la letteratura musicale», come disse Glenn Gould.
E per chi vuole e non l'ha ascoltato, consiglio a tal proposito, questo che, fra l'altro si può anche scaricare:
http://www.radio3.rai.it/dl/radio3/programmi/PublishingBlock-4e02a2ec-4046-486f-b7b2-54b8a5ab86ab-podcast.html
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