Cari amici del forum,
vorrei con questo post iniziare una discussione (spero interessante) su una questione sulla quale ho già avuto modo di riflettere, ma che è tornata a galla di recente.
Sto seguendo presso l'Accademia Musicale Praeneste (sede di Roma, vicino Piazza Bologna) un ciclo di conferenze dedicato alle sonate per pianoforte di Beethoven, tenuto da Piero Rattalino. L'intento era quello di ascoltarle tutte (32 "ufficiali" più altre tre senza numero d'opus), in parte anche dal vivo, qualora ci fosse qualche pianista disposto (abbiamo ascoltato dal vivo le op. 22 e 57). Però ormai il ciclo di conferenze sta per terminare, e dovremo accontentarci di averne ascoltate soltanto alcune.
Ora, voglio precisare che ho una profonda ammirazione per Rattalino, una persona di enorme cultura, che alla veneranda età di quasi 86 anni ha ancora la forza e la lucidità di spendersi per formare giovani pianisti e per comunicare la sua immensa passione per la musica. Però... su alcune cosa che lui dice non sono molto d'accordo, e su questo c'è stata anche un'occasione di discussione all'ultimo incontro (sabato 11 febbraio).
Queste conferenze sono state l'occasione per parlare non solo delle sonate di Beethoven, ma di molti altri argomenti: un'analisi sociologica delle scelte fatte da Beethoven e dagli altri musicisti della sua epoca, un'analisi dell'estetica e dell'interpretazione musicale, anche una dolorosa analisi dell'attuale crisi della musica dal vivo, con istituzioni musicali anche prestigiose che vanno chiudendo o sopravvivono a stento.
Ora non starò qui a fare un riassunto delle numerosissime cose dette; vorrei soltanto soffermarmi su un punto, che riguarda soprattutto chi la musica la scrive (io, come sapete, sono un semplice dilettante che quando può e se gli va compone qualcosa, ma senza fretta e senza preoccupazioni: lo faccio appunto "per diletto", perché mi piace).
Una delle questioni che è stata dibattuta è la seguente: la musica ha un "significato", cioè per essere compresa e apprezzata ha bisogno di qualche riferimento al di fuori della musica stessa, oppure è "asemantica" ed esprime solo se stessa?
Sappiamo che nella storia della musica c'è stato un periodo in cui andava molto di moda la "musica a programma": spesso ad alcuni pezzi (è successo anche con le sonate di LVB) sono stati anche "appiccicati" dei titoli evocativi del tutto inventati, solo allo scopo di stuzzicare la fantasia del pubblico. Personalmente, nel mio piccolo (anzi piccolissimo, perché non sono nessuno e non posso misurarmi con i giganti della musica) per qualche tempo sono stato convinto (forse anche per influenze culturali) che la musica dovesse avere un significato, ed in qualche caso ho anche scritto qualche pezzo dichiaratamente descrittivo. Però col tempo ho cambiato idea, ed ora penso al contrario che siano le strutture che fanno la musica, e che quando pensiamo di ravvisare un significato in realtà è perché già conosciamo il riferimento.
A tale proposito, vi dico di un esperimento che ho fatto molti anni fa. Ho scritto una suite per pianoforte, fatta di tanti piccoli pezzi (non difficili), che avevano un preciso riferimento. Inizialmente però non ho scritto i titoli dei singoli brani. Ne ho fatto ascoltare qualcuno ad amici (anche a persone che come me studiavano musica), chiedendo di dirmi che cosa rappresentavano. Nessuno è riuscito a rispondere, sebbene fosse un riferimento a qualcosa che non potevano non conoscere. Dopo qualche tempo, ho organizzato un piccolo concerto (una cosa tra amici), in cui ho presentato vari miei pezzi, tra cui questa suite. Successivamente, varie persone che hanno ascoltato gli stessi pezzi (questa volta conoscendo i titoli) mi dicevano che alcuni di essi rendevano benissimo ciò a cui si riferivano. Questo mi ha convinto che nella musica un significato non esiste, e se un ascoltatore pensa di ravvisarne uno è soltanto perché già conosce i titoli. D'altra parte, provate ad immaginare uno che non abbia mai avuto modo in vita sua di conoscere i poemi sinfonici di Smetana: pensate sia possibile, senza avere alcun riferimento, capire che il primo descrive un castello, il secondo un fiume, e così via? L'unica cosa oggettiva che si può dire è che al termine del secondo pezzo riappare il tema principale del primo.
Molti esempi si potrebbero portare al riguardo: Berlioz ad esempio era convinto che, sebbene la sua nota Sinfonia Fantastica avesse un programma ben preciso, e che quindi sarebbe stato opportuno che gli spettatori ne fossero a conoscenza, tuttavia quella si potesse apprezzare come musica assoluta. E che dire di Brahms, uno dei campioni della musica assoluta? Pochi sono i suoi pezzi che recano un sottotitolo (Ouverture Tragica, Ouverture Accademica, e pochi altri); se qualcuno mi dicesse che il primo tempo della quarta sinfonia rappresenta qualcosa, io penserei che è una sua interpretazione del tutto soggettiva, non dimostrabile e non verificabile, perciò non universale (e allora è meglio non dire nulla).
Voi cosa pensate di tutto ciò?
Un saluto a tutti
Gino (da Roma)