Ma più rileggo i tuoi scritti e più sembra che tu dia ragione a Berlioz, se tutti gli ascoltatori fossero di grande cultura, avremmo un popolo colto. E allora la musica colta sarebbe per tutti...ma tutti coloro che soddisfano questo requisito. Ecco, adesso è più chiaro tutto, le masse non sono e non sono mai state colte. Quando lo saranno (speriamo presto), allora lo scritto di Berlioz perderà senso...
Diciamo che sul potenziale il discorso sta in piedi, ma praticamente parlando ...mi sto guardando intorno, la vedo dura ...
Cosa ne dici a tal proposito? (Frank)
Hai ragione, Frank: le masse non sono mai state colte. Aggiungerei che le stesse masse sono sempre state propense (e spesso usate, in questo senso) alle generalizzazioni. Che discendono direttamente dalla pigrizia di ritenere che, per qualche misteriosa ragione, vivere debba costare fatica solo agli altri, non a noi (che sta per me, per te, per le masse). (...) Allora è inutile girarci intorno: si comunica per cercare i propri simili. Se siano pochi o tanti è questione secondaria. Noi esseri umani dimentichiamo troppo spesso due semplicissime verità: la prima, è che siamo destinati a morire; la seconda, è che proveniamo evidentemente dall'infinito e che ritorneremo nell'infinito, la qual cosa ci collega inevitabilmente a tutto. Anche alle masse. Mi permetto di credere che Beethoven percepisse come pochi questo dato di fatto. Altrimenti non avrebbe potuto donarci così tanto (Otello)
Buongiorno Frank e innanzi tutto ciao Otello, - al mio caro amico Luca mi dedicherò dopo, tanto lui non si offende - molto piacere di conoscerti virtualmente!
Penso che le masse siano sempre state volutamente tenute nella più profonda ignoranza e questo perché il potere – qualsiasi potere – ha il suo tornaconto che così sia. Non è dunque una questione di pigrizia: le masse hanno dovuto, nel corso dei secoli fare fatiche di ben altro spessore e ben più umilianti e ingiuste.
Alle masse non è stato mai permesso di accedere alla cultura questo però è avvenuto, volere o volare, con il Novecento, con il trionfo della tecnologia da una parte e, dall'altra delle “democrazie” - notare le virgolette - almeno nella nostra parte di mondo. Noi siamo le prime generazioni che sono completamente esenti dall'analfabetismo e che possono avere una visione reale su tutta la storia e tutta la cultura dell'umanità.
Ho già riportato da altra parte quanto il maestro Sciarrino afferma circa la fruizione e l'accesso all'arte che costa fatica, studio, passione tempo e qui, lo riconfermo. Ma la grande differenza sta nel fatto che oggi tutti possiamo avere i mezzi per potervi accedere ed ogni alibi – se così lo possiamo definire - è caduto. Le prossime generazioni, in base alle loro scelte, potranno dunque essere acculturate in maniera esponenziale rispetto all'altro ieri e anche all'oggi. La scelta, ripeto, sarà dettata solo da loro e dalla loro capacità di non lasciarsi influenzare da un “Grande fratello” che, emanazione del solito potere, cercherà di sviarle per altre strade più consone e meno pericolose per la non messa in discussione del suo perpetrarsi all'infinito. Se si faranno incantare da quel potere, nonostante tutto, o se, viceversa, vorranno veramente prendere in mano il loro destino, dipenderà solo da loro. Una cosa è certa per me: senza la CONOSCENZA questo non potrà mai avvenire!
A quel punto il discorso di Berlioz esaurirà veramente la sua valenza, ma... Frank, i mezzi per far sì che ciò avvenga son già tutti qui.
Quanto a Beethoven? Ecco io penso che tutti gli artisti farebbero bene a ritornare allo spirito beethoveniano e vedere il loro “poter e saper fare” - dote che a non tutti è data e soprattutto a non tutti in dose eccelsa - come una missione per l'umanità.
Già fin da giovane il compositore di Bonn scrisse in una lettera quello che fosse il dovere primario di un'artista: « Non c’è quasi trattato che sia troppo dotto per me. Senza presumere di possedere una vera erudizione, io mi sono sforzato sin dall’infanzia di comprendere il pensiero degli uomini migliori e più saggi di ogni tempo. Vergogna all’artista che non considera una colpa il non spingersi almeno tanto lontano. ». Lui, che fra gli arti adorò Omero, trascrisse sui suoi quaderni quel principio ferreo che lo contraddistinse in tutta la sua vita artistica:
«Ma ora mi afferra il destino!
Non lasciarmi cadere nella polvere senza lotta e inglorioso,
non prima che io abbia compiuto grande imprese,
delle quali sapranno anche le generazioni future.»
Questa fu la sua maniera di « afferrare il destino alla gola »
Le « imprese delle quali sapranno anche le generazioni future » che un'artista deve tramandare è il suo prodotto, il suo saper perseverare nella convinzione che quello che sta facendo, seppur largamente incompreso, osteggiato, economicamente non sufficiente– mettiamoci pure anche quello – è nel GIUSTO.
Il grandissimo poeta tedesco Friedrich Hölderlin, poeta amato molto da Beethoven che lo studiò ampiamente nel comporre la Sinfonia Pastorale, scrisse nel settembre 1793, queste parole che sarebbero potute essere anche di Beethoven e che, ancora oggi, a distanza di due secoli, hanno, dal mio punto di vista una valenza veramente eccezionale: « Il mio cuore è per la razza umana (...) Amo il popolo dei secoli che verranno, Perché questa è la mia più dolce speranza, la fede che mi dà la forza e operosità, che i nostri discendenti saranno migliori di noi. (...) Viviamo in un'epoca in cui tutto lavora per giorni migliori (...) Questo è il termine sacro dei miei desideri e della mia attività: ridestare nel nostro tempo i germi che nel futuro giungeranno a maturazione.»
Stravinskij è un addetto ai lavori, chiedilo al panettiere (Frank)
Capita a volte di essere i più severi giudici di se stessi (almeno, a me è capitato). Venti anni fa non apprezzavo le Variazioni Goldberg, eppure sono un capolavoro. Pure le Diabelli fino a quattro anni fa non è che mi fossero . . . così vicine. Eppure sono un capolavoro, eppure adoro Beethoven... cos'è che non capivo? Cosa avevo che non andava?
Non è possibile, secondo voi, che nel rapporto estetico con un'opera d'arte (qualsiasi, anche non musicale), ci sia un fattore di affinità spirituale? . . . io penso di sì.
Certo, un minimo di erudizione in materia aiuta, ma non può essere la garanzia di un “buon matrimonio” (tra l'ascoltatore e l'opera in questione). Chi è in gradi di “vivisezionare” la Grande Fuga op.133 a livello formale armonico contrappuntistico, non è detto che ne sia poi veramente . . . toccato nel profondo.
Penso che ci siano esperienze, percorsi di vita, di vedute (tutte cose che ognuno di noi porta dentro e che sono in continua evoluzione) che a seconda del fatto che facciano o non facciano parte del nostro vissuto, ci consentono o ci negano un rapporto “cordiale” con una determinata opera (a volte con tutta l'opera di un compositore, o di una determinata epoca, o di un determinato stile). Tutto ciò a prescindere dal fatto di essere in grado di riconoscerne il valore storico e le dinamiche interne a livello strutturale. (Luca)
Luca, mio caro amico, lo sapevo – lo speravo! - che saresti arrivato, qui ti troverai in OTTIMA COMPAGNIA.
Ho accostato queste due parti dei vostri discorsi perché tu Luca, rispondi già all'affermazione di Frank.
Caro e stimatissimo Frank, Luca non è il panettiere ma è un ragazzo – ehm, ora non lo è più a dir la verità - che come me è venuto su dal niente e che però a differenza di me è diventato un pianista ed è la dimostrazione di come un ragazzino che non ha alle spalle una cultura musicale può con la propria volontà – solo con quella – accostarsi piano piano alla grande musica.
Ma sarà lui a parlare di sé se vorrà.
Premesso che è vero che Stravinskij è un addetto ai lavori, ma altrettanto lo fu quel Tovey che nel 1911 – e cioè qualche decennio prima appena – giudicò la Grande Fuga « ineseguibile », il panettiere, se vuoi, sono io. O meglio, sono il contadino, l'operaio, il manovale...e tutto ciò che vuoi, che però pur non studiando per nulla a scuola – e questo anche per rispondere a Claudio su quello che pensavo e penso della scuola - perché sono da sempre uno “contro”, poi mi richiudevo però in biblioteca o studiavo su testi extra-scolastici la storia, le arti, la letteratura e la filosofia.
Se oggi uno come me che non è nulla di particolarmente speciale può amare la musica di Monteverdi al pari di quella di Bach, Beethoven, Brahms, Wagner, Verdi, Webern, Stravinsliy, Nono, Berio, Boulez, - mi scuso per gli innumerevoli non citati - vuol dire che questo è nelle possibilità, non dico di tutti, ma di molti sicuramente.
Ci è voluto meno di un secolo e forse fra trent'anni sarà completamente assimilata. (Daniele)
Di sicuro, lo spero, ma la sperimentazione avanguardistica degli anni '950/'990 la vedo molto distante da questo obiettivo, probabilmente resterà imbrigliata nei libri di storia e sarà solo oggetto di analisi per studiosi.
Il novecento ha svelocizzato tanti processi, compreso il fatto che un genere di musica sopravviva o soccomba sotto i suoi limiti...riferendomi alle masse. Secondo me non è un caso che ci si fermi a Berg e che affiorino musicisti come Messiaen a discapito dei compositori osannati soprattutto dal mondo accademico, presumibilmente colto (guarda caso).
Anche su questo io voglio essere discretamente ottimista. Il 6 ottobre è stato consegnato a Venezia, il Leone d’oro alla carriera al compositore e direttore d’orchestra Pierre Boulez ormai ultimo fra i compositori viventi di quella che fu definita l'Avanguardia di Darmstadt. Questo insigne riconoscimento seppur tardivo, viene a premiare uno dei massimi compositori del Novecento e, probabilmente oggi, il più grande vivente - lo dico con rispetto parlando verso tutti gli altri compositori –. In quella serata sono state eseguite di Boulez “Incises” del 1994 per pianoforte e “sur Incises” per 3 pianoforti, 3 arpe e tre percussioni del 1996, dove l’arte magistrale della trasformazione sonora, molto tipica nel compositore francese, è pienamente messa in luce.
Io penso, caro Frank, che le cose si stiano muovendo e che il “buon senso” e la “giusta ragione” dovranno trionfare, prima o poi, e che anche questi grandissimi compositori avranno il posto che giustamente gli compete nell'ambito della storia della musica.