La domanda può essere dunque così riassunta: Beethoven scrisse le sue opere vocali in quella maniera perché « con la voce aveva dei limiti » - come asserisce Carlos - o perché il suo “Spirito” - come asserì Lippman, così gli dettò?
A parte il fatto che solo lui potrebbe, ovviamente, darci una risposta certa in un senso o nell'altro, da parte mia continuo a pensare, dopo avervi letto e riconoscendo a Claudio – a cui mi sento in questo caso più vicino nel pensiero – e a Carlos, di dire cose entrambi giustissime. Da parte mia continuo pero a pensare che un compositore della grandezza di Beethoven – ma farebbe lo stesso seppur inferiore – non potesse non essere consapevole di quello che scriveva e, soprattutto, di come lo scriveva.
Beethoven – a differenza di Bramhs – si rapportò con la musica e con tutte le sue regole fino a quel punto dettate, in maniera rivoluzionaria e questo, - a parte il lied su cui ci sarebbe da fare un'altra lunga e interessante discussione – lasciando una sua impronta devastante: è un dato di fatto, no?
Se analizziamo la sua musica con orchestra e voci umane, non dobbiamo dimenticare che i suoi primi lavori risalgono al 1790, quando ancora a Bonn, compose prima la “Cantata per la morte dell'imperatore Giuseppe II WoO 87” - opera che sarebbe giusto eseguire molto di più di quello che oggi viene fatto e in cui, già sono in embrione, molti dei futuri pezzi di “Fidelio” – e la seconda la “Cantata per l'ascesa al trono dell'imperatore Leopoldo II WoO 88”.
Entrambe queste due cantate – e soprattutto la prima – non furono mai eseguite perché ritenute impervie per la voce, segno dunque che, il giovane Beethoven, già intendeva la composizione con parti vocali in una certa maniera.
Ma se nel 1790 si può supporre che fosse un suo deficit, altrettanto pare un po' incredibile nel 1805 e, ancor di più, quando compose la “Missa solemnis” e la “Nona sinfonia”: questo suo insistere fa più credere ad una scelta dettata dal suo “Spirito”.
Non dimentichiamo che fra il 1798 e il 1801, Beethoven prese lezioni proprio in merito all'uso della voce presso Salieri, componendo vari canti a cappella e altre cose. Da notare che dei “Canti a cappella WoO 99”, esistono molto spesso due versioni: una scritta da Beethoven e l'altra corretta da Salieri, il quale spesso si lamentò che il compositore venuto da Bonn, proprio in merito a ciò, non capiva nulla.
E allora, ancora una volta la domanda che mi pongo e che vi pongo: è possibile che un compositore del calibro di un Beethoven, nonostante le insistite lezioni di un Salieri, continuasse a non capir nulla o, non fosse piuttosto una sua impuntatura, una sua scelta di stile?
E ancora vi domando: “Fidelio”, “Missa Solemnis”, finale della Nona – solo per nominare i massimi capolavori beethoveniani in questi campi – se oggi sono considerati in una certa maniera, non può anche essere perché Beethoven li ha concepiti così? Se Beethoven avesse composto “bene “ per le voci, sarebbero stati così importanti e grandi?
Voglio finire, come è mio uso, riportando il pensiero di chi certamente più di me è legittimato a dare giudizi in merito e con cui mi sento in massima sintonia a tal merito: Giovanni Carli Ballola « L'osservazione che, nell'unica opera di Beethoven, i valori orchestrali superano di gran lunga quelli vocali condizionandoli e subordinandoli nel quadro di una dimensione schiettamente strumentale, potrebbe sembrare ovvia, se non ne deducessimo che proprio a questo spostamento del centro di gravità musicale e drammatico, l'opera deve la sua forza e il suo carattere eccezionalmente “moderno”. »
Ecco, questo è il punto! Ancora una volta in Beethoven, il suo Spirito, come sempre, parla verso il futuro: è la ridefinizione del rapporto fra musica e parola a importare a Beethoven e non il resto di cui non gli importava molto e a far sì che egli lo rendesse “moderno” prima della “modernità”.
Eppoi diciamocelo una benedetta volta: saranno anche scritte male per la voce ma, pur tuttavia, sono eseguibili visto che, comunque sia, sono tutte abbondantemente in repertorio e, sarebbe veramente un grosso peccato, dover rinunciare a tanta simile grandezza.