L. V. Beethoven

Il primato nella musica

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danielescarpetti

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Risposta 21 di danielescarpetti

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Se ti rispondo finiamo per litigare.

Considero il tuo "cappello introduttivo" assolutamente delirante. (Claudio)

 

Conosco abbastanza bene la penna di Claudio e sto cominciando a conoscere solo adesso la tua; mi sembrate entrambi persone in gamba e di una certa levatura, sono sicuro che in futuro possiate rispettarvi l'un l'altro nei vostri scambi di opinioni (ormai ho imparato a conoscere Claudio: è una bravissima persona che a volte può sembrare più focoso di ciò che è in realtà, ma capisci bene che se ti avesse chiamato "Danielino" probabilmente anche tu ti saresti stranito).(...)

Armonia !! Ricordiamoci che si parla di musica! (Simone)

 

Caro Daniele, tu sei riuscito a farmi scrivere qualche risposta meno serena, dal momento che anche con me hai avuto un approccio troppo protervo. Eppure, nulla puo' averti disturbato personalmente, e se qualcosa di ha offeso intellettualmente, ebbene, siamo qui per discuterne. Irritare una persona come me, credi, non è un problema. Irritare Claudio è un' impresa titanica. Se lo hai fatto senza intenzione, è mio dovere di amico chiederti per favore di essere meno arrogante. (Armando)

 

Cari Simone e Armando, quello che mi lascia un leggero amaro in bocca è constatare la vostra parzialità nel giudicare. Parliamo spesso di amicizia e, vorrei dunque ricordarvi un vecchio proverbio che recita così « Patti chiari amicizia lunga » e, dunque, considerando essenziale la franchezza e la sincerità in un rapporto di amicizia corretto sarò tale con voi.

La musica è fatta di Armonia che può essere anche dissonante è di atonalità.

Vorrei dunque ricordarvi che ad iniziare a “offendere” - notare le virgolette” è stato Claudio quando mi ha risposto che prima non mi rispondeva per non litigare – litigio che avrebbe fatto da solo per altro – ma poi ha aggiunto che il mio scritto era un delirio. Ora, dando sempre a Cesare quel che è di Cesare, a casa mia delirare equivale più o meno a dire pazzie, ad essere fuori dal seminato – che di per sé non sempre è un male – poi, infine ha usato il termine “vecchio” nei miei confronti. Risultato, mettendo assieme le due cose: sono un “vecchio delirante”. Da parte mia mi sono limitato a rispondere a tono definendolo un “giovincello che spara anche sciocchezze enormi” - notare “anche” per favore -. Tutto sommato mi sembra sia andato meglio lui, o no?

Quanto alla penna di Claudio, la conosco dal 2009 e so bene quanta “focosità” abbia ma anche quanta preparazione culturale e intelligenza ci sia dietro, cosa che per altro gli ho detto diverse volte. Il problema di Claudio è che l'insieme di tutte queste caratteristiche unita alla legittimazione del titolo di musicologo e da una forte ego personale, lo portano ad avere atteggiamenti da “verità in tasca” con la conseguenza di dire appunto anche delle sciocchezze, o boutades se pensate sia più corretto.

Affermare, come ha fatto Claudio, in diversi momenti di questo forum che Bach è vecchio o poco rilevante da un punto di vista storico è dire boutades sullo stile di « Bach non è superiore a Telemann, ma soltanto diverso », frase che andò in onda negli anni 60 del secolo scorso. Come direbbe Piero Buscaroli ,critico musicale da cui mi dividono pochi chilometri in termini di spazio e anni luce in termini di pensiero ma che ogni tanto, ne dice una condivisibile: il Bach di cui parliamo è il genio della musica Johann Sebastian Bach e non uno dei tanti “soliti” Bach!

La vostra parzialità in parte non mi stupisce: come in tutte le comunità che si rispettono, si fa cerchio verso i propri addetti essendo Claudio un moderatore. Non mi stupisce ma non la giustifico perché è comunque un errore da parte vostra.

Quello che poi mi stupisce di più per non dire che mi lascia esterrefatto è l'amico Armando che è capace, dallo studio degli scontrini delle birrerie di ricostruire gli spostamenti a Vienna di Beethoven nel pomeriggio del 22.04.1817 ma a cui sfugge l'esatta successione cronologica di certi messaggi di Claudio e, di conseguenza, dei miei.

Ma quello che alla fin fine mi lascia più amaro in bocca è questa tua velata – ma non troppo – minaccia Armando: « Se lo hai fatto intenzionalmente, cosa che non credo, è mio dovere di amico dirti che non sei proprio nel luogo giusto, a mio modesto parere, per esprimere le tue idee in questo modo. »

Certo che l'ho fatto intenzionalmente Armando e per i motivi che ho già spiegato ma la minaccia la rimando al mittente. Ti invito a leggere il regolamento dettato da Simone per questo forum e se, hai buona memoria ti renderai conto di come tu, palesemente, non lo abbia rispettato, rispondendomi non qui, ma da altra parte, in una regola senza che nessuno ti abbia richiamato per questo. Sia ben chiaro Armando, a me personalmente, non frega nulla e la cosa non mi ha minimamente scalfito, ritengo comunque sia opportuno stare attenti a lanciare anatemi guardando la pagliuzza negli occhi degli altri senza accorgersi della propria trave.

In quanto al mio atteggiamento protervo nei tuoi confronti, francamente a me non è sembrato tale e, se avrai la voglia di segnalarmi dove io lo sia stato te ne sarò grato e non avrò alcuna esitazione a chiederti scusa.

Da parte mia e dal mio punto di vista mi sono limitato a essere critico su certi tuoi scritti – cosa per altro ovvia nel momento che si decide di dare in pasto questi ad un forum – in maniera educata e corretta ma, ripeto, se tale non sono stato ti chiedo il favore di dirmi dove e perché.

 

Caro Daniele, la mia uscita conteneva già in parte delle motivazioni che da me ricercavi (che tra le altre cose, non volendo o forse volendo hai dato tu nel tuo successivo post). Per semplificare non voglio parlare dell'ambito musicale ma mi preme fare un parallelo in ambito calcistico nel quale vogliamo paragonare i grandi del calcio (settore sportivo nel quale io non ho alcuna competenza ma che ho scelto solo per convenienza statistica). «E' più forte Pelé o Maradona?». Cercare di stilare la classifica dei grandi è sempre cosa difficile ma soprattutto soggettiva ed esperienze passate all'interno del forum mi hanno fatto osservare che parlare di alcuni argomenti può essere interessante a livello culturale ma perfettamente inutile in quanto a finalità discorsive; insomma un'esperienza che ci arricchisce ma che non porta da nessuna parte.

Dovendo scegliere tre compositori da portare sull'isola, potrei dire Bach perché è stato il primo a mettere "l'architettura nella musica", Mozart per il suo beffarsi della società per mezzo della sua musica e Chopin perché percuote una corda romantica dentro di me. Tu potresti dirmi: "e Beethoven dove lo mettiamo ?" Oppure Brahms come hai giustamente ricordato... Non so se col passare degli anni modificherò la mia lista, probabilmente sì, so solo che adesso io vivo questa realtà e nessuno potrà mai darmi motivazioni sufficienti affinché io cambi la mia idea, e questo semplicemente perché ha a che fare con qualcosa di più profondo delle solite comparazioni di natura oggettiva su cosa abbia fatto l'uno che non ha fatto l'altro; ha a che fare con il campo delle emozioni. Le emozioni può modificarle solo il tempo e probabilmente un domani la vedrò come te o forse no, non posso dirlo. Non prenderla dunque come un'offesa se non ho voluto proseguire il discorso con te, il fatto è che mi ripeterei per la centesima volta. Noto però che ogni volta che si riaprono questi discorsi da "scaletta del migliore" escono sempre nuovi punti di vista, ecco il motivo per il quale ho preferito ascoltare in silenzio ciò che avevate da dire (si impara sempre qualcosa di nuovo). (Simone)

 

Gentile e caro Simone leggendoti devo constatare che sicuramente non sono stato chiaro sia qui che nell'altro topic e, dunque, spero di riuscirci ora, fermo restando che tu potrai, naturalmente, continuare ad essere in totale o parziale disaccordo con me, anche perché, credimi, l'ultima delle mie intenzioni e possibilità è quella di convincere qualcuno di qualcosa. Ho il massimo rispetto delle altrui opinioni per arroccarmi il diritto – dovere e la capacità di poter convincere qualcuno, il mio farneticare va inquadrato solo ed esclusivamente nell'ambito di una discussione in cui esprimo i miei punti di vista e basta.

Parlare de “Il primato della musica” non vuol dire assolutamente stillare classifiche o cose simili. Il fare classifiche ha senso e una sua logica, solo nell'ambito di discorsi che riguardano i nostri gusti personali, come è appunto, cosa porteremmo nell'isola deserta o cose simili.

Il primato della musica” è una discussione e uno studio che ha avuto origine dopo Beethoven e che tutt'oggi si protrae a giusta ragione o a torto. I musicisti, il nascente fenomeno della musicologia e più, in generale tutti gli ascoltatori di musica classica, ebbero l'esigenza di dare una risposta su chi fosse stato il più geniale, il più gigantesco fra i compositori.

Per dimostrarti che non è un mio “delirio” ti riporterò alcuni estratti di due musicologi, dove se ne parla chiaramente e si usa il termine “primato”. Il primo è tratto da “Breve storia della musica” Einaudi editore (1963), di Massimo Mila: « Soltanto ai giorni nostri l'attenzione della critica comincia a rivolgersi ai valori strettamente musicali dell'arte beethoveniana e a cercar di comprenderne pienamente il meccanismo linguistico, nelle sue relazioni lessicali con la produzione contemporanea e nella sua forza di propulsione verso l'avvenire. E comincia a farsi strada la convinzione che anche se – per avanzare un'ipotesi estrema – si volesse considerare Beethoven sotto l'angolo visuale della così detta musica pura, forse il suo primato rimarrebbe incrollabile.»

Giovanni Carli Ballola, a cui dobbiamo una biografia beethoveniana risalente nella sua prima stesura al 1968 che conclude così il suo libro: « Oggi il primato di Beethoven così come era inteso durante il XIXesimo secolo è definitivamente tramontato attraverso una specie di “rivoluzione copernicana” che ha collocato il Maestro di Bonn in un firmamento di astri del pari, se non più fulgidi: Bach, Mozart. Schubert, Wagner e forse qualcun altro.(...) »

Ballola fa sicuramente una grossa dimenticanza nel non nominare Brahms fra quei grandi ma, una grossa dimenticanza, l'ho avuta anch'io nel non nominare fra i massimi compositori dell'Ottocento Franz Schubert.

Vedrò dunque per rimediare a questa mancanza di proporti uno scritto di Piero Rattalino che tu conoscerai bene, essendo egli, oltre un critico musicale, un celebre didatta del pianoforte. Correva l'anno 1997 che coincise con il bicentenario della nascita di Schubert, Donizetti e il centenario della morte di Brahms. In quell'occasione Rattalino nella sua collana “Symphonia” propose uno scritto dedicato a Schubert che iniziava riassumendo in poche righe quella che era stata la storia del “primato”.

« (...) Tutti sanno che l'Ottocento non equiparò Schubert e Beethoven, e neppure Mozart e Beethoven.

La classicità viennese aveva un gigante Beethoven, e due precursori, Haydn e Mozart, che avevano preparato le vie del Signore. Schubert era un romantico, molto caro a Schumann, e poi a Brahms, che aveva scritto cose bellissime, e che non era un nano, ma che veniva valutato soprattutto come melodista e come maestro delle piccole forme. (...)

Il Novecento che sta per spirare ha ridisegnato il quadro storico, e fin dalla giovinezza, dai suoi anni venti, ha cominciato a dire che no, che Mozart non è soltanto un precursore di Beethoven, e poi ha detto che in fondo Mozart è meglio di Beethoven (e che Bach è meglio di entrambi) e poi ha detto che in fondo Beethoven non è poi così male e che nemmeno Bach è l'Unico, ma che Bach, Mozart e Beethoven sono tutti e tre dei giganti spiriti magni dell'umanità. E Schubert? Schubert è stato traslocato dal romanticismo alla classicità viennese e della classicità viennese è diventato il quarto uomo (o il quarto apostolo). E questo per il Novecento è un risultato certo. (...) »

E infatti nel 2009 il filosofo Eugenio Trias accosta il nome di Schubert alla « Santissima trinità » viennese, composta da Haydn il Padre, Mozart il Figlio, Beethoven l'Uomo: « Ma non c'è tre senza quattro, nel senso che non c'è trinità che non postuli sempre la presenza di un quarto: colui che rivela, accanto l'apoteosi dell'Eroe, lo smarrimento e la disfatta, o il suo viaggio senza remissione in pieno inverno. Sono quattro voci uniche, singolari ugualmente rilevanti nel loro stile e nel loro linguaggio. »

Caro Simone, nel proporre questo tema in questo forum mi sarei aspettato ben altro che la risposta di Claudio. Mi sarei aspettato una critica sì, ma di questo genere: Daniele, parlare di primato oggi è ormai obsoleto se non per altro, almeno certamente, alla luce delle conoscenze che abbiamo della musica pre-bachiana e della storicizzazione del Novecento. Questo, mi sarei aspettato!

Al che avrei risposto: sono d'accordo e questo se avete ben letto è già nelle premesse, implicitamente, del mio cappello. Ma ciò detto, comunque sia, ci sono poche certezze nella vita e una di queste è che ci sono tre giganti musicali che per le loro caratteristiche, per le loro peculiarità, raggiunsero vette irraggiungibili e nello stesso tempo riuscirono a proporre un percorso artistico assolutamente unico nell'ambito della storia della musica.

Cosa rende così assolutamente gigantesco e unico Bach e che non si trova in nessuna altro compositore prima e dopo di lui? Bach è l'assoluto architetto della musica, opere come le sue Passioni e la sua Messa in si-, come tutta la sua opera di tipo speculativo, uniscono estrema bellezza ad altezze architettoniche altrettanto estreme ma, quello che lo rende veramente assolutamente unico nella sua genialità, è come egli abbia saputo – e questo ovviamente possiamo dirlo col senno di poi – unire il suo passato al suo presente e al suo futuro. Impresa titanica questa Simone! Bach in pieno Settecento e in pieno stile galante – vale a dire uno dei momenti più bassi della storia della musica – prediligendo la musica antica, quella lontana nel tempo che rimaneva un modello superiore di perfezione formale, quella che nel 400 era stata fiamminga e nel 500 europea, quella della grande scuola del contrappunto, la riportò al suo presente, aggiornandola e costruendovi sopra monumenti assoluti e, facendo tutto ciò, fu capace anche di avvertire il futuro. Dagli anni 70, del secolo scorso gruppi di musica Pop - sopra tutti i Jethro Tull con la loro magnifica “Bourrée” che affonda le radici nella Suite per liuto BWV 996 – e di musica Jazz hanno preso ispirazione da brani di questo immenso genio. E questo alla faccia della sua musica che è vecchia!

Mozart fu l'artefice davvero della musica più bella, limpida, elegante, armoniosa che si possa immaginare e dal temibile confronto con Bach e Beethoven ne esce per queste sue peculiarità a testa altissima, a pari grado pur nelle diversità. Se Beethoven fu il Michelangelo della musica, Mozart fu il Raffaello per aver saputo tenere la sua Arte nei limiti della natura, della verità, della verosimiglianza, della misura classica, della proporzione esatta.

Infine Beethoven, caro Simone. Invano cercherai, nei secoli dei secoli, un compositore che in soli 36 anni, come lui, partendo da uno stile tardo classico, by-passò tutto il secolo a venire – e dunque quello Romantico - e che, nella sua terza fase, compose opere di altezza architettonica pari a quelle di Bach proiettandole direttamente nel secolo succesivo.

Questo percorso fu ben riassunto e spiegato da Massimo Mila: « Prendiamo tre quartetti: il Quartetto delle dissonanze di Mozart K 465 in do+, il Quartetto in re+ Opus 18 n.3 di Beethoven e il Quartetto in do#- Opus 131. Diciamo la verità: quali sono i più simili per affinità per stile? I due di Beethoven o piuttosto il quartetto di Mozart e quello della giovinezza di Beethoven?

Continuiamo a fare supposizioni: bomba atomica, distruzione delle biblioteche, e poi si comincia a ritrovare, qua e là, opere isolate, su cui ci si sforza di ricostruire la storia della musica. Si ritrova per caso e senza data il suddetto Quartetto Opus 131 e, datati, il primo Quartetto di Bartók Opus 7 (1907) e il primo Quartetto di Hindemith Opus 10 (1918). Che rimprovero si potrebbe fare al nostro collega del 3970 se, non avendo alcun’altra conoscenza della vita e delle opere di Beethoven, collocherà questo compositore all’inizio del Novecento, vista la straordinaria affinità di scrittura contrappuntistica che caratterizza il suo Quartetto e quelli di Bartók e di Hindemith? E quale sarà il suo stupore, in quale puzzle andrà a dibattersi quando altre scoperte gli restituiranno per esempio quel Quartetto Opus 18 n.3 in re+ di quel medesimo Beethoven, di cui lui non sa niente e il Quartetto delle dissonanze di Mozart, di cui supponiamo che, per un caso fortunato egli conosca la data! Non sarà tentato di attribuire a Beethoven un’esistenza di 120/130 anni, diciamo come se fosse nato nel 1770 e morto verso il 1900? Oppure di supporre l’esistenza di due compositori di questo nome? »

Lo stesso Mila nel definire la Grande Fuga Opus 133 così si espresse: « È il più difficile pezzo contrappuntistico mai visto, di un'ampiezza di concezione e di una tale libertà di armonie dissonanti da mettere ancora oggi in seria difficoltà. Straordinaria avventura intellettuale di un artista giunta a tanta altezza da poter contemplare, come un dio, passato e futuro. »

Dimmi Simone, quale altro compositore nella storia della musica può vantare un simile percorso artistico, un simile genio?

Wilhelm Furtwängler disse di Beethoven: « Non solo tempeste e burrasche ma il creatore della più profonda e benefica pace e che risulta per questo oltremodo nuovo. È davvero completo. Non è prevalentemente cantabile, come Mozart, non è prevalentemente architettonico come Bach, non drammatico-sensuale come Wagner. Egli è – e in ciò risiede la sua originalità – tutto questo insieme, e ogni elemento ha il suo posto particolare. »

 

Ciao Simone e scusami per tutto!

 

Con affetto per tutti voi!

 

Daniele

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Risposta 22 di Thesimon

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Ciao Daniele, mi dispiace sinceramente che tu abbia preso le mie parole come "aria protettiva" nei confronti di Claudio. Mi ritengo una persona assolutamente imparziale ed al di sopra di certi battibecchi. Ti assicuro che non mi sono risparmiato mai con nessuno qua dentro ed anche altrove, dai collaboratori ai moderatori (di cui uno cacciato a pedate e sarei stato disposto a farlo nel vero senso della parola se l'avessi avuto a tiro) e ne è testimone anche Claudio che quando ha passato i limiti, potrà testimoniarti che me la sono presa anche con lui; io dico ciò che penso, sempre ! Ritengo che il "rispetto" inteso come rispetto di idee ma sopratutto dell'educazione che ci fa da guida nei rapporti sociali, prescinda anche dall'età. Andare a fare un'analisi cronologica su chi sia stato il primo ad attaccare briga mi sembra proprio, perdonami se te lo dico, infantile, sia da una parte che dall'altra. Chi è stato è stato, certi atteggiamenti qui dentro non vanno bene e non si possono consumare interi topic per postare questioni personali e litigi. Resto sempre dell'idea che certe cose vadano risolte in sede privata e non dove altre 2000 persone possono leggere il contendere di chi attacca chi... E' successo spesso anche a me di consumare litigi con troll, spammers oppure semplicemente persone pressate da una vita deludente che li metteva in condizione di doversi scaricare con gli altri e finite le discussioni ho prontamente cancellato i topic, non perché ho qualcosa da nascondere ma perché preferirei che qui dentro si parlasse di musica. E poi dai, Claudio sarà stato certamente indelicato come lo è spesso del resto, ma le cose che dice so che non le dice con cattiveria e questo traspare da molti suoi post, a maggior ragione dovresti saperlo tu se lo conosci dal 2009, ma onestamente l'uscita con la poesia di Quasimodo mi sapeva proprio di presa per i fondelli... Oltretutto lui ha esordito esprimendo una sua idea. Nel tuo ultimo messaggio lo hai praticamente trattato come se fosse un bambino in fasce che deve prendere lezioni dal maestro, che da quando si è laureato in musicologia si sente il padrone del mondo, dichiarando invece apertamente che in alcuni casi dice cazzate. Potrebbero esserlo per te magari non per altri. Non mi sembra che in queste righe tu abbia dato l'esempio del rispetto che tanto vai decantando, ed anzi potrei percepire, se non fossi in buona fede, una sottile voglia di protagonismo nascondendoti dietro a quello che recrimini abbia Claudio. Inoltre mi viene da dire a proposito della cronologia... va bene vedere chi ha attacca per primo ma una buona "commissione giudicatrice" quale tu ci investi a me e Armando, dovrebbe vedere anche i moventi. Io adesso non so se la poesia di Quasimodo che ricalca il pensiero della solitudine e della brevità della vita fosse citata per indirizzarla a Claudio o a te medesimo, una cosa è certa... La "dedica" resta molto ambigua...

Come vedi per l'ennesima volta mi sono limitato a dare un mio punto di vista, voglio evitare di discutere e vorrei cercare di mettere le cose a tacere una volta per tutte.

Adesso per favore vogliamo smetterla tutti di discutere e vogliamo tornare invece alla musica ? Grazie...

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Risposta 23 di danielescarpetti

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Ok Simone, la tua risposta era data nelle probabilità. fra le tante che avresti potuto scrivere.

Da parte mia aggiungo solo una piccola considerazione: nel mio precedente scritto si parla già anche di musica ...e che musica.

Dispiace ancora una volta che in questo forum non se ne sappia - o non se ne voglia - farsene carico!

E dunque...ancora una volta peccato!

Ah, per quanto riguarda la poesia di Quasimodo e, giusto per continuare il gioco infantile, era una risposta a chi mi aveva offeso e per ricordargli che non vale poi molto la pena litigare per così poco e che alla fine dei conti...la vita è breve e l'arte è lunga.

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Risposta 24 di danielescarpetti

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LucaCavaliere ha scritto:

A me piace ‘parlare di musica’ e leggere saggi critici. E anche ‘parlare di musica’ per me è cultura.

Ma tengo a precisare che ritengo altrettanto serie sia le analisi rigorose sia esternazioni più emozionali.

Non c’è un solo modo di parlare di musica (e di arte in genere). È corretto ‘contestualizzare’ ma, personalmente, trovo più bello ‘decontestualizzare’. Ovviamente si può dissentire ma, per me, gli scritti di Roman Rolland meritano lo stesso rispetto della analisi di Hanslick: non per benevolenza ma per pari serietà.

Ciao, mio caro Luca, solo ora riesco purtroppo a riprendere questa tua importante parte del discorso che, meriterebbe ben altro interesse da quella sin qui riscontrata.

In realtà di questo argomento tu ed io ne abbiamo parlato in numerose circostanze e dunque, difficilmente ti dirò del mio pensiero, cose che tu non sappia già.

Pensiero che è certamente influenzato dalla mia forte passione per la storia tout-court e per le biografie ma, sta di fatto che, oggi come oggi, sono sempre più convinto che la contrapposizione fra contestualizzare e decontestualizzare non abbia più senso ma che entrambe le cose siano necessarie per poter addentrarsi realmente nei meandri complessi dei grandi capolavori d'arte del passato.

La parola d'ordine potrebbe essere dunque “contestualizzare per decontestualizzare” e, vediamone il perché dal mio punto di vista.

Partiamo da questa parte del tuo scritto: « gli scritti di Roman Rolland meritano lo stesso rispetto della analisi di Hanslick: non per benevolenza ma per pari serietà. » che è sacrosanta: tutti i ragionamenti vanno rispettati se però vengono riportati nel loro alveolo storico-culturale.

Rolland, ancorato a schemi tardo-romantici, legò, per riassumerla molto brevemente, la funzione della musica a quella di un linguaggio universale capace di accomunare tutti gli uomini. Oggi, penso che nessuno oserebbe definire la musica un linguaggio nel senso più ortodosso del termine ma, resta pur certo il fatto che siamo noi che ad essa, possiamo di volta in volta, a seconda di come la usiamo, attribuirgli anche la funzione di un linguaggio che, proprio perché comprensibile ad ogni latitudine e longitudine terrestre da chiunque, svolga, o aiuti a svolgere, la funzione di accomunare tutti gli uomini: vedi a tal proposito il discorso di Bernstein da me riportato da altra parte nel forum.

Hanslik fu invece ante-litteram, un anti-romantico che, in antitesi a Wagner che spinse la sua musica fino al simbolismo descrittivo dei suoi temi e, in perfetto accordo con Brahms, di cui fu sempre grande amico, sostenne che la musica non è in grado di esprimere sentimenti ma solo valori intrinseci di costruzione musicale e dunque, come ogni arte, va ricondotta alla sua tecnica.

Su questo aspetto, ancora una volta, penso che le cose più giuste siano state scritte dal nostro Massimo Mila in “L'esperienza musicale e l'estetica” che tu conosci molto bene e che potrebbe riassumersi in questa piccola estrapolazione: « In realtà non sono poi queste nostre identificazioni e attribuzioni determinate dall'uso storico che ne hanno fatto i grandi nei loro capolavori? Da sola una quinta non significa un bel niente a che vedere con orizzonti campestri, calme profonde e serenità sconfinate e (...) dacché Beethoven ha fatto uso della quinta in questo modo nel contesto della Pastorale, noi siamo indotti ad associare irresistibilmente a tale accordo questo complesso di sensazioni. »

Vi è però un'altra alternativa al pensiero di Hanslick su cui vorrei richiamare la tua attenzione e questa è data dal filosofo Ernst Bloch – da non confondere con il compositore, quasi omonimo, Ernest Bloch – che fondò le basi della sua filosofia dell'utopia e della speranza sulla musica, in quanto, secondo lui, forma di pensiero vero e proprio.

Due dei presupposti di questi suoi testi sono da ricercarsi nell'illustrazione del grande mito di Pan e, dunque nelle “Metamorfosi” di Ovidio e nel “Fidelio” beethoveniano, un'opera scandita costantemente dalla luce della speranza: pensa solamente al momento dello squillo di trombe che annunziano in lontananza l'arrivo del Governatore salvando Florestan da Pizarro che lo vuole uccidere.

Bloch polemizzò con forza proprio con Hanslick: « Le grandi individualità sono incomparabili e sono veramente nate per qualcosa di diverso dalla tecnica. Basti pensare alle false chiacchiere di Hanslick, che contrappone a Gluck Mozart, a Mozart Rossini, a Rossini Meyerbeer. Comprenderemo allora come, in questo gioco in cui si contrappone un musicista all'altro sul puro piano tecnico, tutto si riduca ad una formula meschina, superficiale ed irriverente, soprattutto come in questo caso, il critico si ferma improvvisamente proprio nel punto in cui il procedimento è più moderno, viola la norma del progresso banale, e della storia si serve unicamente per questo gioco, rimanendo solo nella sua meschinità.»

E se le critiche Bloch non le risparmiò neanche ai rivali di Hanslich, i “wagneriani estremisti”, egli mise al centro della sua analisi filosofica e musicale l'importanza della storia: « Nessuna arte è tanto condizionata socialmente quanto la musica, di cui si presume che sia automaticamente, addirittura meccanicamente auto-fondata; essa brulica di materialismo storico, e proprio storico. (...) Niente Haydn e Mozart, Händel e Bach, Beethoven e Brahms senza il loro compito sociale di volta in volta precisamente variato (...). Gli oratori di Händel nel loro solenne orgoglio rispecchiano l'ascesa imperialistica dell'Inghilterra, l'attitudine ad essere popolo eletto. Niente Brahms senza la società dei concerti borghese e perfino niente musica della pretesa inespressività, senza il gigantesco aumento dell'alienazione, dell'oggettualizzazione, della reificazione nel tardo capitalismo. È lo strato dei consumatori e il loro compito, è il mondo dei sentimenti e delle mete della classe di volta in volta dominante, che si esprime nella musica. E la musica, in forza della sua capacità di espressione così immediatamente umana, ha al tempo stesso più di altre arti la proprietà di accogliere il cospicuo dolore, i desideri e i punti luminosi della classe oppressa. E nessuna arte ha a sua volta tanta sovrabbondanza rispetto al tempo e all'ideologia di cui di volta in volta si ritrova; una sovrabbondanza, certo, che abbandona meno che mai il livello umano. È la sovrabbondanza del materiale della speranza, anche nella sonora sofferenza per il tempo, la società, il mondo, perfino la morte (...) »

Ritorniamo dunque, caro Luca, all'importanza del “contestualizzare per decontestualizzare” che nell'ambito dell'arte musica diventa ancora più pressante se siamo d'accordo con quanto affermò Bloch: contestualizzare per comprende fino in fondo le ragioni storiche, culturali, artistiche e psicologiche che portarono quel gran compositore a fare determinate scelte piuttosto che altre e, solo dopo averlo fatto, decontestualizzarlo per proiettarlo nel nostro tempo e capire quanto possa essere ancora attuale quel suo messaggio e, a noi, umanità del XXIesimo secolo, cosa possa ancora dare e cosa rende quella musica immortale.

Ma qualcuno, a questo punto, potrebbe chiedere: che c'entra tutto ciò con il “primato della musica” di cui si dovrebbe scrivere in questo topic?

C'entra! Eccome se c'entra! Non solo o non tanto perché Bloch insistette proprio soprattutto su nomi quali Bach, Mozart, Beethoven, Wagner, ma c'entra per affermare da parte mia “il primato della musica” su tutte le altri arti.

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Risposta 25 di LucaCavaliere

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Grazie per la risposta Daniele,

mi offri lo spunto per ribadire un mia fissa sulla fruizione dell’arte in genere.

Sono d’accordo: non ha senso contrapporre contestualizzare e decontestualizzare.

Aggiungerei che non solo oggi non ha senso, ma che mai ce l’ha avuto, e che è un falso problema.

Tu affermi che «entrambe le cose siano necessarie per poter addentrarsi realmente nei meandri complessi dei grandi capolavori d'arte del passato». Io mi sento di fare una precisazione (non so se sarai d’accordo). Ossia che contestualizzare la lettura di un’opera d’arte serve davvero a entrare nei suoi meandri (come dici tu). Decontestualizzare serve – dove è possibile farlo! – a vedere un po’ cosa esce da i quei meandri di cui sopra: cosa esce oggi, cosa mi dice oggi, questo testo questa musica questo affresco, di cinque secoli fa.

La faccio breve perché mi rendo conto che sto riscrivendo con parole mie il tuo pensiero. Per la precisione là dove scrivi: «Ritorniamo dunque, caro Luca, all'importanza del “contestualizzare per decontestualizzare” (…) cosa possa ancora dare e cosa rende quella musica immortale».

Faccio solo due piccole sottolineature.

La prima è sul buon Mila: uomo coi piedi per terra!

Nella piccola citazione che hai riportato – sull’uso dell’intervallo di quinta nella Sinfonia Pastorale – si capisce bene come egli desse sempre la precedenza alle opere d’arte come “campo di osservazione” e come ‘l’estetica’ con le sue teorizzazioni arrivi successivamente alle opere d’arte (e in sub-ordine a queste).

La seconda è sulle affermazioni di Bloch riguardo il condizionamento sociale che la musica “subisce”. In particolare trovo curioso (nel senso che trovo interessante) il parallelo Oratori di Haendel < > ascesa imperialistica dell’Inghilterra,

e anche tutti gli altri che vi sono riportati.

Davvero interessante ma . . . non vado oltre.

Come già sai, sono incline a decontestualizzare. E, qui sì, davvero mi ci potrei perdere 🙄 !

Ma non ti pare che contestualizzare e decontestualizzare siano un po’ come un dualismo (concetto che ti è caro) nel rapporto con un’opera d’arte?

E che bisogna serenamente accettare che alcuni di noi propendano per l’una o per l’altra pur riconoscendo l’importanza di entrambe? 🙂

Un caro saluto a tutti!

Luca

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Risposta 26 di danielescarpetti

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Come già sai, sono incline a decontestualizzare. E, qui sì, davvero mi ci potrei perdere!

Ma non ti pare che contestualizzare e decontestualizzare siano un po’ come un dualismo (concetto che ti è caro) nel rapporto con un’opera d’arte?

E che bisogna serenamente accettare che alcuni di noi propendano per l’una o per l’altra pur riconoscendo l’importanza di entrambe? (Luca)

Certo Luca, si può propendere per l'una o per l'altra – o per altre maniere ancora se si pensa sia giusto così! - anche, e soprattutto perché l'avvicinamento ad un'opera d'arte è, innanzi tutto, un fatto soggettivo e ognuno di noi sceglie la strada che crede meglio nel farlo.

Sul dualismo invece, non credo che contestualizzare e decontestualizzare siano esattamente un dualismo “perfetto” come “l'essere non essere” di Shakespeare o “la necessità e il libero arbitrio” che lo scrittore Roberto Cotroneo attribuisce alla Grande Fuga Opus 133. Io li vedo come azioni conseguenziali a patto che prima si contestualizzi e poi si decontestualizzi: improponibile sarebbe il contrario. Mentre negli altri casi, anche invertendo l'ordine non vedo come si potrebbe raggiungere il suo contrario.

La seconda è sulle affermazioni di Bloch riguardo il condizionamento sociale che la musica “subisce”. In particolare trovo curioso (nel senso che trovo interessante) il parallelo Oratori di Händel ascesa imperialistica dell’Inghilterra,

e anche tutti gli altri che vi sono riportati.

Davvero interessante ma . . . non vado oltre. (Luca)

Ricordo che a scuola mi fu dato un tema con cui, attraverso la storia della lana, avrei dovuto allacciarmi ad alcuni fatti salienti di carattere storico: lo scopo era quello di dimostrare come attraverso la lana si potesse scrivere la storia.

Se questo è possibile con la lana, pensa quanto lo è attraverso le arti tutte e dunque, anche la storia della musica.

Senza andare troppo lontano, possiamo prendere la motivazione che Simone ha dato per la sua preferenza nel portare sull'isola deserta Mozart: « per il suo beffarsi della società per mezzo della sua musica ». Se ci si pensa essa è legata strettamente sia a fattori storici del periodo in cui visse il salisburghese, sia a fattori caratteriali e psicologici, nonché al suo spessore geniale. Haydn, a lui contemporaneo, mai e poi mai avrebbe potuto fare questo.

Ma se Mozart fosse vissuto appena qualche anno prima, con lo stesso carattere e la stessa genialità, non avrebbe mai pensato o osato fare questo tipo di scelta. Il vivere nel periodo dell'Illuminismo con alle porte la Rivoluzione francese, gli permise di ribellarsi a Coloredo prima e poi di farsi beffe, attraverso la sua musica dei potenti.

Ma pensa anche allo stesso Beethoven che visse nel periodo post-Rivoluzione francese e che fu completamente impregnato di quei valori illuministici. Certo, se non avesse avuto quel carattere e quella assoluta certezza della sua grandezza, non avrebbe potuto alzarsi allo stesso livello dei nobili e gridare al principe Lichnowsky a quel modo ma, se fosse vissuto qualche decennio prima, non avrebbe mai osato farlo.

Mio malgrado debbo ancora dare almeno in parte ragione a Buscaroli, quando nella sua brutta e discutibilissima biografia beethoveniana così afferma: « Le apparizioni di un Virgilio, di un Michelangelo, di un Beethoven riescono così prodigiose, che la posterità, quando non sia ancora guasta come oggi, ringrazia la sorte del dono ricevuto, e lo chiama miracolo. Il miracolo ha una spiegazione per chi è abituato a scrutare certi misteri. Rispetto a un Donatello, Michelangelo non è più grande, come si dice nella rozza scala dei valori di cui ci serviamo, Beethoven non è più grande di Sebastian Bach. Ma l'ora di Michelangelo e l'ora di Beethoven battono sui quadranti delle epoche quando i linguaggi e le forme delle arti sono pervenuti al culmine meridiano (...). È un momento breve la “cresta sottile” (...) »

Perché in parte? Perché Buscaroli, da buon reazionario qual è, annette importanza solo all'arte nel determinare quella “cresta sottile”, senza dare alcuna importanza ai fatti storici rilevantissimi che accompagnarono e resero possibili il “miracolo” per questi geni.

Confesso che per la maturazione dell'idea della contestualizzazione storica in me, ha avuto una grossa importanza la lettura fin dalla più giovane età di un libro della biblioteca di mio padre che ancora conservo con affetto: “Come la musica esprime le idee” dell'americano Sidney Finkelstein, del 1955.

Finkelstein fu uno studioso d'arte e, in forte polemica con chi sostenne che la musica fosse un'arte astratta, pura da qualsiasi contaminazione, scrisse questo libro che si propose di riassumere la storia della musica, legandola alla storia, dimostrando quanto in realtà, essa sia ben legata alle sorti dell'umanità e sia impregnata dalle idee che attraverso il corso dei secoli, hanno caratterizzato il pensiero umano. Il libro oggi, sotto vari aspetti è datato, ma ancora molte pagine hanno una freschezza attuale. Ne propongo un passo dell'inizio perché rispecchia il mio pensiero: « La storia della musica è, prima di tutto, la storia della trasfigurazione delle rappresentazioni umane in suoni è la storia della tecnica che, per mezzo della voce, delle dita, del corpo e degli strumenti musicali, riesce a dar vita a queste immagini con una ricchezza sempre crescente. Tale evoluzione è sempre sociale, poiché è prodotta da innumerevoli atti e scoperte, ognuno dei quali si aggiunge al precedente e appartiene al complesso di un popolo.(...)

Per comprendere la musica è necessario situarla nel quadro della vita reale in cui è fiorita. »

Ma veniamo a Händel in specifico! Händel in Inghilterra abbandonò l'opera italiana per comporre oratori in inglese, desumendo i temi dalla Bibbia protestante, che era servita da arma ideologica per la rivoluzione delle classi medie. Essi contengono musica veramente drammatica permeata da sentimenti tragici e, al tempo stesso da una festosa gioia di vivere, in misura molto maggiore dei melodrammi della sua epoca. L'Inghilterra d'allora, ma anche quella vittoriana ebbe molto a cuore questi oratori che ebbero uno straordinario successo fin dalle loro prime esecuzioni. Oratori come “Israel in Egypt” cantano la gloria del popolo eletto, ma dietro a quello israeliano, in realtà, il popolo eletto fu quello inglese. Il “Messiah”, il più celebre fra gli oratori händelliani, ma non il migliore musicalmente parlando, parla in realtà della divisione in Irlanda, fra la maggioranza cattolica e la minoranza protestante e il suo significato ultimo s'enuclea nell'illustrare i confronti di una religione saggia – quella protestante -ottimistica al di là e al di sopra di ogni questione dogmatica, sommamente caritatevole e comprensiva. Nel “Judas Maccabaeus”, la storia questo grande capo militare ebreo, nasconde in realtà un fatto storico del momento: le forze dell'attuale re d'Inghilterra Giorgio II ottennero una grande vittoria contro gli scozzesi a Culloden. La parte finale dell'oratorio, con quel coro di gioia iniziato piano, non può essere stato non tenuto presente da Beethoven nel comporre il finale della Nona Sinfonia.

E qui, come dici tu... « non vado oltre », anzi vado a nanna!

Ciao a tutti!

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Risposta 27 di LucaCavaliere

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Caro Daniele,

Curiosissima la differenza tra la tua e la mia posizione!

Pensa che la tua frase - «improponibile sarebbe il contrario» - io la prenderei, tale e quale, per riferirla a quello di cui sono convinto.

Cioè che mi pare più spontaneo decontestualizzare e poi, casomai, contestualizzare.

Di sicuro l’avrò già detto in un altro post, ma mi pare buona cosa ribadire cosa intendo per ‘decontestualizzazione’.

Intendo un rapporto tra me (chiunque) e l’opera d’arte il più possibile ‘libero’: non mediato da guide all’ascolto, esegesi varie (più o meno autorevoli, più o meno “poetiche” o “tecniche”), e non mediato nemmeno da esternazioni e guide all’ascolto che provengano dallo stesso autore dell’opera.

Scusa se l’esempio che sto per fare è banale, ma, è quello che è: la mia esperienza personale.

SINFONIA PASTORALE. Quando mi è stata proposta la prima volta, a dodici anni, non è che mi sia stata così tanto contestualizzata. Voglio dire, non ricordo discorsi – neanche vaghi – sul sentimento della Natura, del Divino, in Beethoven o alla sua epoca.

Però questa musica mi ha affascinato. L’ho com-presa. L’ho presa con me: come parte buona della mio mondo affettivo.

Ora, da cinque anni circa, sono un pochino più interessato a cose beethoveniane storiche, biografiche…[Interessato ma non troppo . . . 😛 manca solo l’indicazione di metronomo!], e mi pare di aver ben contestualizzato questa sinfonia. Anche grazie ai tuoi scritti.

Ma non mi sembra che questa erudizione mi abbia portato a una maggior com-prensione, a un maggior impatto emotivo.

A proposito di ‘decontestualizzazione’: quanto sarebbe interessante l’esperienza di qualcuno che la dovesse sentire per la prima volta senza sapere i titoli che Beethoven diede ai vari movimenti! (io purtroppo non posso più).

Isomma: decontestualizzare sarà pure, se vogliamo, ingenuo. Ma mi pare la cosa più naturale e spontanea.

Contestualizzare è una cosa buona, utile, doverosa, ma non porta necessariamente a una maggior comprensione di un’opera d’arte.

E dette queste cose, mi pare evidente che non possa minimamente condividere l’affermazione per cui

«Per comprendere la musica è necessario situarla nel quadro della vita reale in cui è fiorita»

ciao! 🙂

Luca

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Risposta 28 di danielescarpetti

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Ciao caro Luca e ciao a tutti quanti leggeranno!

Quando a dodici anni si ascolta una musica – qualunque essa sia – non ha nessuna importanza sapere se sia stata composta in quei giorni o in un tempo indefinito. Quello che ha solo importanza è che quella musica ci suona bene nelle orecchie, ci emoziona, ci trasmette piacere perché, in definitiva, la musica ci deve dare questo. Che poi a farlo sia la canzone che, a sorta di tormentone, ci viene propinata dalla radio non so quante volte al giorno, o la sinfonia che ci ha fatto ascoltare qualcuno, dipende dall'indole del fanciullo.

Ma questo,dal mio punto di vista, non vuol dire decontestualizzare la musica, vuol dire più semplicemente ascoltare la musica e vedere l'effetto che fa.

Decontestualizzare un'opera d'arte è tutta un'altra cosa ben più complessa e articolata che comporta una conoscenza dell'opera in una certa maniera e che, soprattutto, non può essere affrontata da una mente fanciullesca.

Decontestualizzare un'opera vuol dire, domandarsi cosa questa musica composta e concepita con dei metodi completamente diversi da quelli in voga oggi, possa dire, innanzi tutto a noi personalmente e poi, a tutta l'umanità.

Tu poi Luca, hai il privilegio di poter leggere uno spartito e seguire la musica con quello. Ebbene, se non contestualizzi la musica nella sua epoca e non la raffronti con i compositori ad essa contemporanei, come puoi poi affermare che questa e non un'altra, che quello e non un altro, è la musica, il compositore più grande o, quello che preferisci?

Ma al netto di questo privilegio, anche solo ascoltandola e avendo un'idea sull'evoluzione della materia sonora all'interno della storia della musica, come potrai mai dare risposte convincenti, se non conoscerai quel determinato periodo storico, la personalità psicologica del compositore almeno sommariamente?

Prendiamo alcuni degli infiniti esempi che potrei fare per sostenere la mia convinzione e per spiegare meglio cosa intendo.

Mettiamo che tu decida di ascoltare in ordine tutte le sinfonie da Haydn in avanti e dunque, tu abbia ben notato che tutte finiscono, sostanzialmente, con un Allegro. Poi improvvisamente ti trovi davanti alla Sesta Sinfonia “Patetica” Opus 74 del 1893 di Čajkovskij che finisce con un meraviglioso “Adagio lamentoso”, mentre il terzo movimento, solitamente uno Scherzo, è invece quell'Allegro molto vivace che dovrebbe essere l'ultimo movimento – accade spesso che, nelle esecuzioni di questa Sinfonia, il pubblico applaude dopo il terzo movimento come se fosse la fine - Una lunga pausa e poi ecco che iniziano le splendide note di questo “Adagio lamentoso”.

Alla inevitabile domanda del come mai Čajkovskij che tutto fu, fuorché un compositore innovatore o rivoluzionario, abbia fatto questa scelta, lui per primo, per quella che fu la sua ultima Sinfonia, visto che morì solo pochi giorni dopo l'esecuzione della sua prima, solo contestualizzando in quella che fu la vita del compositore, le sue scelte sessuali, la terribile mentalità – per altro ancora purtroppo molto radicata – in una Russa ortodossa e ampiamente bigotta, si potrà cercare la risposta.

Pensiamo al ciclo sinfonico e, più in generale, a tutta la musica di Gustav Mahler. Ma come mai potremo cercare di comprendere questa musica senza inquadrarla nel clima storico di fine 800, inizio 900, caratterizzato da un sostanziale male di vivere e dalla sensazione che presto ci sarebbero state catastrofi immani? Ma come potremo farlo anche senza sapere nulla del compositore, del suo essere ebreo ed essersi convertito al cattolicesimo, della sua infanzia terribile, del disastroso matrimonio con Alma, della sua seguente impotenza e, infine, della prematura morte dell'adorata figlioletta? Se non riusciamo a conoscere queste cose non potremo mai dare risposta al fatto che questo, grandissimo compositore, scelse di fare Sinfonie che fossero « la costruzione di un mondo, attraverso tutti i mezzi e gli espedienti possibili di cui posso avvalere ». Sinfonie che diventarono per la loro lunghezza dei veri e propri romanzi musicali, “sporcate” - notare le virgolette – da bande militari di trombe e tromboni, percussioni che rispondono ai suoni irreprimibili di una marcia per la maggior parte composta da ottoni e legni, gong, celesta, tamburi e tamburelli, nacchere, xilofono, triangolo, piatti e, addirittura il campanaccio delle mucche.

La stessa cosa vale per Šostakovič: è possibile avvicinarsi a questo gigante del Novecento senza sapere nulla del suo travagliato rapporto con il potere sovietico e stalinista in particolar modo? Perché una sinfonia come la sua quarta – che è geniale – ad esempio, egli decise di non presentarla nel 1936 – anno della sua concezione – ma solo nel 1957. Solo entrando nei suoi meandri psicologici potremo comprendere il perché egli, a differenza di Stravinskij, decise, pur non condividendo nulla di quel potere, di restare in URSS, di aderire al PCUS e di sottomettersi fino al punto di condizionare il proprio modo di comporre e, ciò nonostante, producendo capolavori immensi.

Ma poi infine Luca, usciamo dalla musica e andiamo a quel magnifico ponte pittorico con la musica che è “Il fregio di Beethoven” di Gustav Klimt che insieme abbiamo ammirato alla Secession di Vienna nell'agosto del 2009.

Noi potevamo entrare lì e ammirarlo basandoci su « un rapporto tra (noi) e l’opera d’arte il più possibile ‘libero’: non mediato da guide all’ascolto, esegesi varie (più o meno autorevoli, più o meno “poetiche” o “tecniche”), e non mediato nemmeno da esternazioni e guide all’ascolto che provengano dallo stesso autore dell’opera. », dare sfogo ai nostri istinti e alla nostra fantasia. Ma, ripeto questo non è decontestualizzare un'opera, è solo un sano gioco di spontaneità e di confronto fra due o più sensibilità.

Pensaci un attimo Luca, decontestualizzarlo noi lo abbiamo fatto Luca ma, solo quando? Dopo aver capito che quel trittico discendeva dalla parole di Wagner sulla Nona, inquadrandolo nel suo tempo storico e artistico e, lo abbiamo fatto scrivendoci pagine e pagine di blog! Dunque Luca, permettimi e scusami se molto amichevolmente insisto: “contestualizzare per decontestualizzare”, improponibile è il suo contrario.

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