Non sarò certo io a decretare se è migliore la
o l’
non solo perché le amo entrambe ma, soprattutto perché, non sono in grado di asserire questo o quello.
Mi limiterò dunque, solo a fare una piccola cronaca della questione.
Sicuramente l’Ottava fra le nove sinfonie beethoveniane è la più controversa. Grosso modo e con il beneficio dell’inventario, si può dire che il giudizio del grande pubblico è in contrasto con quello di molti “addetti ai lavori”. Il primo predilige altre Sinfonie – non solo la Settima – mentre fra i secondi molti la ritengono la più “perfetta” fra tutte,
.
L’aspetto che lascia perplesso il grande pubblico è senza dubbio la brevità e la concisione, rispetto alle grandi sinfonie eroiche e il rifarsi di Beethoven di nuovo a quella che fu la sinfonia haydniana-mozartiana.
Ovviamente, la scelta consapevole di Beethoven non fu un difetto da imputare all’Ottava ma una scelta che, in quel periodo della sua vita compositiva, toccò varie altre opere: penso alla
, al
e, seppur più relativamente alla
. In tutte queste opere-capolavoro, si può ben dire che Beethoven rinunciò alle ampie dimensioni e al tono solenne e drammatico, tipico delle opere del suo stile eroico, ricercandone uno nuovo. In realtà questa sua ricerca finì nel grande silenzio degli anni fra il 1815 e il 1816 e prelude ai suoi massimi capolavori visionari della tarda età.
Ma ritorniamo all’Ottava!
Se il 27 febbraio del 1814, data della sua prima rappresentazione l’Allgemeine Musikalisch-Zeitung scrisse: «(…) la sinfonia non è sembrata abbastanza soddisfacente e gli applausi che ha riscosso non sono stati accompagnati da quell’entusiasmo che contraddistingue le opere che ottengono il consenso universale; in breve - come dicono gli italiani – non ha fatto furore.», quattro anni dopo, e cioè il 17 gennaio 1818 così invece scrisse: «Il vero amante dell’arte accoglie a braccia aperte questo magnifico e brillante lavoro dell’inesauribile Beethoven, lavoro che non solo non è affatto inferiore nel suo stile a quelli anteriori e più rudimentali, ma al contrario supera forse in varietà, condotta artistica, novità delle idee e dell’uso quanto mai originale di tutti gli strumenti non pochi dei suoi predecessori; in altre parole è un degno parto spirituale del suo veramente eccezionale creatore: Giudicare simili composizioni classiche rappresenta uno dei momenti più gratificanti della vita, in genere non particolarmente piacevole, di un critico.»
E Beethoven cosa esattamente pensò di questa Sinfonia?
Lui, ovviamente, fu consapevole del carattere intimo dell’Ottava e, proprio per questo – ma non solo per questo – le conferì una posizione particolare fra le sue opere sinfoniche. Egli attribuì a questo carattere intimo la responsabilità del suo insuccesso presso il pubblico alla prima esecuzione e, come sempre, si irritò notevolmente: « (…) non è piaciuta perché è molto migliore delle altre.»
Il compositore pensava alle numerose e raffinate novità che si nascondono tra le sue pagine, sia in materia di strumentazione, sia nella trasformazione sinfonica di spunti ed effetti fino a quel momento considerati prettamente cameristici. Per i suoi contemporanei, tutto ciò, risultò essere inusuale, cosa che non lo è per noi oggi. Lo stesso sentimento il pubblico non lo provò certamente per la Settima che è una Sinfonia nel solco della tradizione di quel momento storico-musicale.
Per Beethoven, invece, da buon innovatore in cammino continuo, l’Ottava rappresentò un progresso artistico e, in quanto tale, non poteva che diventare la sua preferita.
Pensate che furono proprio i milanesi per primi, ad entrare in sintonia con Beethoven su questo argomento. Infatti nel 1818, quando fu fatta quella recensione di cui sopra, l’Ottava fu eseguita a Milano e al pubblico della città meneghina: «piacque un po’ più della Settima».