E... allora riparliamone ancora una volta di queste nove sinfonie.
Sì, e soprattutto, proviamo a domandarci ancora una volta perché a dispetto di ogni cosa: tempo che passa, corpus sinfonici molto più recenti – Mahler e Shostakovich su tutti – di grandissimo valore, queste sinfonie nell'immaginario e nell'ascolto continuano a provocare sentimenti così intensi.
Beethoven arrivò alla sinfonia molto tardi mentre stava ultimando i suoi primi Quartetti per archi a 29 anni, nel 1800.
Sia per i Quartetti che per le Sinfonie era forte in lui il timore di confrontarsi con i due grandi compositori che aveva alle spalle: Mozart e Haydn.
Proprio a loro si dovevano gli ultimi capolavori in fatto di sinfonia: le ultime di Mozart risalenti al 1788 e quelle di Haydn, risalenti al 1795.
Beethoven arrivò a Vienna nel 1792 e, fino al 1798, fu conosciuto per il fatto che fu il pianista più grande del momento più che un compositore a tutto tondo. D'altra parte, è pur vero che, a parte le due cantate per i due imperatori, alcune Arie, tutte le sue composizioni fino a quel punto contemplavano la presenza sola del pianoforte o, nella migliore delle ipotesi, la sua centralità.
Già con i trii per soli archi, cominciò il lento distacco dallo strumento principe e poi, i quartetti e, infine la sua Prima Sinfonia, lo incoronarono come tale.
A ben ripensarci ora, trovo che la definizione più consona alla Prima sinfonia sia quella di “Mare scintillante” proprio perché è la partenza di un compositore che decide, finalmente, di prendere il largo senza però aver ben chiara la meta e senza sapere dove lo potrà portare quell'avventura. Ha finalmente deciso di partire, ha preso il coraggio di confrontarsi con i “grandi” anche su questo genere e. seppur ancora molto timidamente, comincia a farlo in maniera diversa.
Sì perché, seppur ancorata ancora agli stilemi haydniani, già nella Prima, possiamo dire che c'è qualcosa di diverso: che la musica non è più quella di Haydn e di Mozart.
Il ritmo sicuramente ha una funzione non analoga ai predecessori: non un modo per affermare solennemente la tonalità ma per amplificare l'entrata del tema principale e dargli maggiore importanza. Al punto che si potrebbe dire che il tema diventi un personaggio che abbisogna di una presentazione vera e propria per poter entrare in scena. E Beethoven come fa questo? Concepisce l'introduzione con motivi armonici del tutto inconsueti, divagando in altre tonalità, per poter affermare poi il do+ del tema.
La Prima Sinfonia non è un capolavoro e trova però, il suo momento geniale, nel suo terzo tempo, quando Beethoven sostituisce il classico Minuetto con uno Scherzo. Non più dunque grazia melodica, garbo, ritmo grazioso, ma ritmo trascinante e travolgente.
Dunque Beethoven parte su questo “Mare scintillante” calmo ma che poi un po' si comincia a ingrossare e non sa ancora, non solo, dove arriverà – la meta – ma neanche, strada facendo, dove approderà – i porti -.
Anche per la Seconda faccio ammenda e cambio la definizione - anche se poi non l'avevo scritta -: “Casa accogliente”. Perché? Perché considero questa più della Prima – e di ogni altra sinfonia beethoveniana – sia l'emblema dell'incontro fra il compositore venuto da Bonn e la tradizione viennese. Héctor Berlioz di questa Sinfonia disse: «Non vi si può scorgere che l'ardore giovanile di un cuore nobile in cui vi sono conservate intatte le più belle illusioni della vita». Sacrosante parole. Siamo nel 1802 e con questa Sinfonia Beethoven ripiegò non solo nei confronti della Prima ma anche verso opere come La Patetica, ritornando agli stilemi Settecenteschi: la Seconda è equiparabile alla Serenata – forma musicale tipica del fine 700 – e trova nel suo Larghetto la sua più ampia rappresentazione.
Da lì a poco ci sarà il Testamento di Heiligenstandt e per Beethoven e la sua musica tutto cambierà veramente.
La Terza è il primo dei porti in cui la nave beethoveniana sinfonica approdò.
A ben pensarci, Luca, ora penso che tu abbia ragione a definirla una “fucina rovente”, uno scontro del compositore con l'ideale di libertà. Non so se Beethoven fosse consapevole pienamente della portata rivoluzionaria di quest'opera ma oggi, sicuramente, noi possiamo affermare che quei due accordi in mib+ non aprono solamente una Sinfonia ma, molto di più: «un nuovo modo di sentire la musica che si impone all'ascoltatore con un pathos profondo e una carica avvincente». (Alfredo Casella)
Le Nove Sinfonie di Beethoven hanno un carattere in certo qual modo unitario e rappresentano la più cosciente presa di posizione di Beethoven nei confronti del pubblico viennese.
Dunque se la Prima è la prima irruzione di spiriti rivoluzionari su schemi settecenteschi, la Seconda, l'accettazione di un modo di vita anacronisticamente legato ad un passato arcadico, la Terza l'imposizione di una volontà di affermazione soggettiva, la Quarta è il ritrovare nella classe nobile, un paradiso perduto di schietta e agreste semplicità patriarcale e per questo, cambiando ancora una volta la mia prima affermazione, direi che essa può essere accostata al giardino di luce.
La Quarta non si pone problemi di rottura con il mondo esterno e risponde al desiderio di chi la commissionò a Beethoven: il conte Oppersdorf che, guarda caso, fu entusiasta della Seconda. Ad un ammiratore dell'Opus 36, non si poteva certo consegnare una Sinfonia come la Quinta – sinfonia a cui Beethoven stava lavorando in quel momento – e il compositore ne fu pienamente consapevole. Tanto è vero che interruppe la sua lavorazione e compose l'Opus 60.
La lotta innescata da Beethoven con la forma musicale e la società si placò dunque in questa Sinfonia e il compositore seppe trovare un felice, seppur breve equilibrio, formale e interiore.
«Il nuovo e l'originale si genera da sé, senza che uno ci pensi» così disse Beethoven e, in effetti la Quinta è l'evidenza di come uno spunto elementare, nelle mani del genio, possa quasi inconsciamente ingigantirsi, al punto di diventare l'elemento generatore di una delle più complesse e della – almeno nel suo primo movimento – più famosa Sinfonia della storia della musica occidentale. Roccia durissima, caro Luca, la definisci e mi sta benissimo. Penso al “povero Goethe” quando ascoltando questo primo movimento dalle mani del giovanissimo pianista Felix Mendelssohn, nel 1830 lo interruppe gridando: «è veramente grande ma sembra che crolli tutta la casa». E questa frase ha già detto tutto sulla portata assolutamente rivoluzionaria di questa Sinfonia che rappresenta il secondo porto, dove si ancora la nave partita nel 1800.
Sulla Sesta o Pastorale, ho già detto in altri momenti e qui non cambierò idea: sentiero nel bosco ma solo perché costretto dal gioco. In realtà se dovessi definirla direi: espressione di spiritualità, di pace interiore. E questo è un altro porto dove la Sinfonia beethoveniana si ancora
La Settima è, in effetti, come tu affermi, « Una meraviglia della natura, e la forza inesauribile che la agita... mare agitato.» Ma se è mare agitato, non può essere mare scintillante. Dunque potrebbe essere un vento freschissimo, dove però la definizione deve essere intesa come metafora di forza, ritmo travolgente che nella sua grande freschezza, ci carica e ci riempe di energia. Altro porto, dunque, dove la nave si ancora.
L'Ottava, ingiustamente ritenuta, anche per le sue dimensioni, una sinfonia minore, oggi, come desiderò Beethoven, è una delle predilette. Materiale seducente, priva di squilibri e ingenuità, dietro ad un'apparente semplicità e linearità, nasconde una grande complessità e una grande diversità rispetto a tutte le altre Sinfonie beethoveniane: è stupefacente constatare la presenza di un mondo tutto nuovo in forme quasi identiche a quelle settecentesche, possiamo ben definirla, come la vera e propria prima opera neo-classica, nell'ambito della storia della musica. Dunque in questo nuovo porto, sposo la tua idea di città vivace, per «La grinta, il piglio vigoroso, l'ironia ... la fretta del finale» ma, non solo: per quella capacità di rinnovamento, nel vecchio, di cui essa è portatrice.
La Nona, caro amico mio, io la considero un altro porto della sinfonia beethoveniana e, affermando questo, so di escludere la meta. La meta, quella che Beethoven avrebbe potuto raggiungere, forse sarebbe stata la Decima. Da lì, sicuramente avremmo potuto vedere veramente il panorama stupendo ma, nella Nona, questa scalata si interrompe nel Terzo movimento – quello è il picco massimo – con il quarto si ritorna coi piedi a terra e da lì, possiamo volgere il nostro volto, alla volta celeste – come il compositore ci esorta – ma non ammirare panorami.
Ma, non disperiamo! Beethoven ci ha poi regalato, prima di morire, un altro picco veramente invalicabile, la Grande Fuga Opus 133 e da lì, come affermò Massimo Mila, egli in una «straordinaria avventura intellettuale ... giunto a tanta altezza» può permettersi di «poter contemplare, come un dio, passato e futuro».
E quale panorama stupendo, più grande e assoluto ci può essere di questo?