Un programma di sala... che cosa ostica 🙄
Cinque anni fa, riflettendo proprio su questa cosa, ho scritto questo piccolo distinguo tra 'guida all'ascolto' e 'chiave di ascolto'
Guida all’ascolto e chiave di ascolto
Come si può ‘parlare di musica’? Cosa è corretto, e cosa è scorretto, dire riguardo un’opera musicale? Senza arrivare alla questione mai chiusa se la musica significhi o meno qualcosa (questione troppo ampia), è interessante osservare quello che accade quando per un’opera è necessario dare qualche stimolo per un ascolto più consapevole e partecipato: intento che si presume quello di ogni guida all’ascolto, libretto CD, o nota di sala che sia.
Spesso si parla del compositore: delle vicende biografiche, liete o tormentate, negli anni della gestazione dell’opera; o anche dei fatti di cronaca riguardanti la prima esecuzione, con decisioni pratiche, cambiamenti dettati da necessità, accoglienza riservata da pubblico e critica, e tutto quanto stava a contorno dell’opera quando nacque: poco prima e poco dopo. Altre volte si entra nel corpo della musica a livello ‘chirurgico’. È il caso di quelle analisi in cui non si tratta altro che di entrate del tema, ponti modulanti, cellule ritmiche, salite alla dominante, aree tonali; analisi da cui anche l’appassionato di musica più motivato, ma non addetto ai lavori, difficilmente tra beneficio nel suo rapporto vivo con quell’opera.
Che questi due modi di affrontare un’opera musicale siano corretti è fuor di dubbio. Le perplessità sorgono riguardo la loro utilità, non certo in sede di ricerca storica o di analisi stilistica, ma quando si voglia produrre una guida all’ascolto.
Sul versante opposto c’è un’altra osservazione da fare. Un’osservazione doverosa anzitutto per me che non considero ‘eresia’ osare parole, certamente discutibili, ma tese a sforare il cuore di un’opera d’arte. Ossia che non tutte le opere musicali si prestano ad essere avvicinate in tal modo. Prendendo ad esempio le sole sinfonie di Beethoven, la Settima e l’Ottava non sono minimamente interessate, o lo sono ben poco, da tanto inchiostro ‘extramusicale’ versato per l’Eroica e per la Nona.
Prendere atto di queste differenze tra varie opere anche dello stesso genere, e accettarle, per chi voglia ancora tentare simili riflessioni, comporta la rinuncia a considerarle scientificamente serie.
Ma la ricerca di una rapporto vivo con un’opera del passato è qualcosa che fa parte dell’umano, e che non si lascia esaurire in termini rigorosi e scientifici. Riflettere su un eventuale significato di un’opera musicale, netto o vago che sia, è sempre ‘compromettente’ sul piano personale: costringe l’autore della riflessione a far emergere, anche se in modo velato, qualcosa di intimo. Questo perché di fronte a un’opera d’arte avviene lo stesso che accade in un rapporto non superficiale tra due individui: cercando l’altro si scopre, in parte, anche se stessi.
Di fronte a simili riflessioni occorre dunque passare dalla nozione di ‘guida all’ascolto’ a quella di ‘chiave di ascolto’. Chi si affida a una guida si lascia guidare: in questo caso è necessario che la guida sia sobria e corretta. Chi accetta una chiave d’ascolto deve sapere di avere a che fare con qualcosa di più problematico. Essa è frutto di una relazione personale con l’opera, sicuramente veritiera per l’autore di tale riflessione, ma chi la riceve non ha la garanzia che anche nelle proprie mani, in rapporto al proprio vissuto, quella chiave ‘apra’ ugualmente il cuore dell’opera. È però uno stimolo al confronto e a cercare a propria volta una via – personale – per entrare in un rapporto vitale con l’opera in questione.
Mah... Non rinnego queste cose che avevo scritto. Oggi come oggi però penso che nel trambusto di una sala da concerto che si riempie di gente, di amici che si salutano, persone che tengono posti occupati per altri che arriveranno... penso che in un tale clima sia meglio avere per le mani una sobria corretta - breve - guida all'ascolto.