Shark ha scritto:
A parte che il maccheronico aveva i suoi punti di interesse, non hai colto la modernità della cosa...incredibilmente tutti si ricordano le regole quando gli fa comodo. Anche la musica ha le sue...
Dimenticavo:
> L'arte concettuale
L'arte concettuale risale al 1910 circa ...pensa che invece a me interessa l' arte musicale 🙂
E allora mi chiedo perché ti ostini a parlare di altro. Il problema è quello, ci sono persone a cui non interessa solo l'arte musicale. Ci sono artisti a cui non interessa solo l'arte musicale. In realtà il '900 è pieno di artisti, interpreti e creatori, che hanno deliberatamente cercato di fare cose che erano musica e anche qualcos'altro, o erano qualcos'altro e anche musica, o non erano nulla di preciso.
L'arte concettuale non è puntiforme nel tempo... dire che risale al 1910, sottointendendo che è vecchia, sarebbe come dire che la pasta al sugo risale al 1800 e allora non la deve più cucinare nessuno...
Kappa ha scritto:
E' vero, ma è umano nonostante possa partorire figli deformi. Ma se fossimo al di fuori del campo umano, non trovi che la musica possa risultare "Aliena"?
Oddio, ho fatto una strana associazione mentale al brano Alien di GA
Con "figli deformi" volevo proprio mettere in campo una specie di assurdo, qualcosa che sia contemporaneamente frutto delle regole ma fuori dalle regole.
Le regole, soprattutto in un'arte formalizzata come la musica, tendono a mantenere lo status quo, ad assicurare un equilibrio, sia esso formale, eufonico, concettuale o non so che. Io decido che il pezzo segue la logica tonale, imponendo delle regole, e lo faccio perché così suona bene, o perché voglio fare un pezzo in stile. Ma se seguo ostinatamente il gioco delle regole l'equilibrio si può trasformare in costrizione. Posso decidere di seguire la logica tonale "in stile", e fare un pezzo del '700, o posso decidere di seguire ossessivamente alcune regole tonali, facendo un pezzo circolare, non so, con un'infinita progressione cadenzale, posso portare l'ossessione all'altro estremo, un pezzo fatto di quinte parallele. Questa ossessione per il tonalismo era tipica del minimalismo delle origini ma era, a suo modo, un mezzo per rompere il sistema tonale dall'interno, saturandolo, seguendo in modo ossessivo alcune sue regole.
Ed è assolutamente umano, direi quasi istintivo.
Io sono molto per il post-moderno, il superamento della regola come fattore precostituito. Ma imporsi delle regole è normale, anche delle regole del tutto insensate, eccessive, inapplicabili. I bambini lo fanno spesso, provano a parlare con una sola vocale, provano per mezz'ora a fingersi ciechi, a tenere aperto un ombrello con la stessa mano con cui suonano.
Frank ha scritto:
> L'arte concettuale, infatti, è l'ultimo stadio sia della linea della rottura del controllo
Il concetto non è figlio di una griglia di regole? Probabilmente funziona proprio per questo
> sia della linea del controllo (mi sono imposto così tante regole che posso solo fare cose sbagliate).
E' un assurdo, ma tante regole fanno lo stesso solo un concetto
La musica diventa tale proprio quando riesce ad elevarsi dallo schema ... che ne dici?
1) Sì, ed è per questo che considero l'arte concettuale come figlia delle regole. Secondo me è la post-modernità che va oltre le regole, proprio perché le usa un po' sì e un po' no, senza considerarle fondanti. Ma rimane un discorso complesso e improbabile. Ci sono decine di tipi di arte concettuale diversi, migliaia di artisti che hanno seguito il loro proprio "stile" elaborando concetti, esperienze estetiche e oggetti più o meno collegati. C'è differenza tra il concerto per mano sinistra e ombrello e una composizione verbale, in cui sullo spartito hai scritto "disegna una linea dritta e seguila" (una delle Composition 1960 di La Monte Young) o una performance di body art di Marina Abramovich.
2) Tante regole fanno solo un concetto... non capisco fino in fondo cosa vuoi dire. Io ti dico che istituire delle regole non significa prevedere un risultato. L'arte concettuale, o comunque molte delle correnti d'arte contemporanea, vivono del processo artistico, insieme creativo e fruizionale. E' un'aleatorietà figlia di regole, quella per cui, non so, posso suonare cellule melodiche di 7 suoni seguite da accordi di 6 suoni seguiti a loro volta da altre cellule di 5 e poi accordi di 4 e poi cellule di 3 e poi bicordi e poi suoni lunghi. Ho inventato a caso delle regole stringenti, ma anche quando la regola è così ben congegnata da sembrare "matematica", bisogna ricordare che nella musica e nell'arte in genere la formula non corrisponde al risultato.
3) "La musica diventa tale solo quando riesce ad elevarsi dallo schema"... come sopra, penso che nessuna musica possa essere confusa col proprio schema. L'esecuzione è sempre diversa. Qui lo dico in modo un po' dogmatico, ma fidatevi, anche nelle composizioni più minimali, l'esecuzione riserva sempre delle sorprese. Per il resto, credo comunque che la tua frase sia troppo vaga per farmi dire "ok, sono d'accordo" :-) e allo stesso tempo, non posso che essere d'accordo con te! Ma, ti rivelo, quando ascoltavo Glass per la tesi, mi mettevo spesso al pianoforte a suonare una scala di Do maggiore seguita da una scala di Do minore. Io ci sentivo molte cose dentro, anche se non oserei mai dire che quella fosse una composizione bella "in sé". Qui sta tutta l'arte concettuale, credo. Se chi la fruisce è abbastanza stupido da credere alle stupidaggini di chi la crea, allora è stupenda. Io sono abbastanza stupido da farmi piacere quasi tutto.
Bianca ha scritto:
beh, anche "ab minchia" (ablativo) potrebbe starci 🙂
però "ad minchiam" è un complemento di modo, "a minchia" sarebbe di moto da luogo, non ha senso...