Bhe, se scendiamo sul piano "acustico", allora c'è da dire che ai tempi di Beethoven, l'orecchio non ascoltava come l'orecchio di oggi. Per spiegare questo bisogna ricorrere ad alcune riflessioni complesse che interessano l'orecchio come organo sensoriale e la psiche che, coem una uscita midi decodifica e trasforma gli impulsi e li trasmette al cervello. I francesi sono i Principi di questo studio. Ricordo un bellissimo studio che fu oggetto di una mostra al Centro Pompidou a Parigi.Ne vene un testo che possiedo. " Il suono precede tutto e lo spazio auditivo viene prima dello spazio visuale". Queste alcune parole di un capitolo intitolato. " Je n'ai jamais vu un son"- Io non ho mai visto un suono.Potrei citare atri interessanti studi sull'argomento.
Il visivo, però ha preso il sopravvento nei secoli dei secoli. Dico sempre la frase : "Quando l'Uomo sentiva crascere l'erba". In effetti, in origine il suo udito era raffinatissimo e sensibilissimo. Se ci portiamo ai tampi di Beethoven, sicuramente l'ascolto era di gran lunga più "selettivo" di oggi e la capacità audiometrica di ascolto era superiore almeno del 30%.
Ora quando parliamo di Pedale pianistico a quei tempi dobbiamo immaginare come era costruito lo strumento. Corde di ferro, tavola armonica poco caricata, martelli più piccoli. Transiente d'attacco più modesto, con considerevole sviluppo di armonici dopo il colpo del martello. Suono poco frenato. In effetti con questo tipo di strumento, troppo pedale non farebbe che rovinare la coda del suono che si lega al successivo, ingannando troppo il sincero e ricco espandersi degli armonici. Inoltre il suono di quegli strumenti era di gran lunga inferiore, come pressione sonora, cioè come volume, ad un attuale grancoda.
Oggi è un'altra storia. Via via nel tempo è venuta la necessità di stimolare sempre maggiormente gli organi sensoriali auditivi, regalando un transiente di attacco eclatante, forte, stimolante, che si possa ascoltare anche in una sala da concerto di notevoli dimensioni. Il suono da "privato" (da camera) è divenuto sempre più pubblico (da concerto). Quindi è aumentato lo spessore della tavola armonica, è aumentata la sua carica; martelli più grandi e corde d'acciaio, magari sovradimensionate. Oggi su molti pianoforti grancoda e non solo abbiamo un suono abbastanza frenato, ovvero, a discapito un poco dello sviluppo degli armonici, c'è un maggior decadimento del suono subito dopo il colpo del martello. Una successione di suoni può essere "pedalizzata" più abbondantemente senza il pericolo di "impastare" e confondere il profilo della linea melodica. Ne consegue, che il pianista, pur rimanendo in un profilo mentale e reale del legato, possa trattare la mano in modo più rilassato, senza dover ricorrere ad alcune scomode e stancanti posizioni irrinunciabili per "legare con le sole dita". L'Accademico che suggerisce di eseguire un primo tempo di Beethoven senza pedale, perchè non indicato, non tiene forse conto di questa evoluzione- trasformazione e intende che usare, anche se con parsimonia, il pedale equivalga a "tradire" la scrittura Beethoveniana. Non mi trovo d'accordo. Certo è che bisogna fare anche i conti con lo "stato" dello strumento. Suonare su di uno strumento scordato, non intonato, con noitevole discontinuità timbrica su diverse regioni della tastiera equivale a rendere sgradevole qualsiasi pedalizazione storico- compensativa, provocando così la corsa a rimedi insani e falsamente correttivi di una immagine sonora tutt'altro che referenziale