LucaCavaliere ha scritto:
Ecco Frank!...
mi hai rubato le parole di bocca: era proprio questo che volevo chiedere a Carlos (lasciando un po' 'decantare' la discussione).
cosa può essere quel «quant'altro» (extramusicale?) che ha sfavorito l'opus 124 in termini di vendibilità?
Stimolato da questa ulteriore domanda, sono andato a controllare nella mia discografia (intendo nei dischi che posseggo) perché sapevo di avere un cd (Harnoncourt, Chamber Orchestra of Europe) dedicato esclusivamente alle Ouvertures di Beethoven... mi son detto «figurati se lì non c'è!», ma non c'è nemmeno lì! 😮 È una registrazione Teldec, uscita nel 1996 e registrata live (tranne Coriolano) tra il 1993 e il 1996. Otto ouvertures (Coriolano, Prometeo, Rovine di Atene, Fidelio, Leonora I, II, III 😐 e, per finire, Egmont). «Che delusione!» ho pensato. Poi, lì a fianco, un altro cd, DG, Abbado e Berliner Phil. “Beethoven: Bühnenmusik - Die Weihe des Hauses op. 124 | Leonore Prohaska WoO 96”. Che meraviglia quella registrazione, anche quella live, credo, del 1993/'94, ma uscita nel 1996, delle due musiche di scena, complete. Poi ho pensato che “nonno Karajan” 😛 non poteva deludermi. Ho un cd col Concerto per violino op. 61 (Christian Ferras, se non conoscete questa registrazione, correte ad ascoltarla!) e ci sono alcune delle ouvertures che ha inciso. Tiro fuori il cd e... “Zur Namensfeier op. 115 | König Stephan op. 117 | Die Weihe des Hauses op. 124”, oh yeah! sapevo di poter contare sul “vecchio Herby”. Tra l'altro, controllando per bene, vedo che c'è un doppio cd DG con undici ouvertures, registrate tra il 1965 e il 1969 - da cui le tre presenti insieme al Concerto per violino sono tratte, ovviamente.
Però è troppo poco, ritornando al discorso su Die Weihe des Hauses; concordo decisamente. Ma, “a naso” come si suol dire, la ragione è facilmente individuabile e riguarda quell'ouverture come altri capolavori di Beethoven che, da sempre, vengono preferiti in una “classifica” che ha al centro della top list la musica che potremmo definire con il termine "eroica”, il che travalica persino la partizione nei tre stili di cui abbiamo qui parlato nei giorni scorsi, privilegiando quell'aspetto della poetica beethoveniana, mai nato e mai finito, presente in molta musica di tutti e tre i periodi. Per cui, ecco che la Sonata “Patetique” op. 13 è diventata più famosa e decisamente più eseguita delle tre Sonate op. 10 (straordinarie) e delle due Sonate op. 14 (per non dire delle due Sonate op. 27, delle quali la “Chiaro di luna” è conosciuta a livello planetario, mentre la sua compagna op. 27 n. 1 - che trovo decisamente migliore! - è riservata a un pubblico di “informati”). Ecco che la Quarta Sinfonia è diventata “terreno per pochi”, presente al 90 per cento dei casi solo nelle integrali, perché chiusa “a sandwich” tra l'“Eroica” e la Quinta (per non parlare della “Pastorale” e della Settima!); stessa sorte, tra l'altro, toccata al Quarto Concerto, nascosto dall'imponente Terzo e dall'“Imperatore”.
Se ci pensate, la maggior parte delle opere che hanno ricevuto un nome (quasi sempre imposto dall'editore e non scelto da Beethoven) sono proprio quelle che rispecchiano quell'eroismo musicale di cui dicevo e quelle che da sempre identificano Beethoven, il cui ritratto più famoso è quello in cui lui guarda in cagnesco 😠 il ritrattista (come se Beethoven avesse vissuto inc*** tutta la vita, tra l'altro...). Dico “la maggior parte” perché l'op. 11, ovvero lo splendido “Gassenhauertrio”, subisce la stessa sorte di tanti altri pezzi, in forza di vicini di casa assai ingombranti (in questo caso la già citata “Patetica” op. 13, delle tre Sonate per violino op. 12 - che, essendo le prime tre sono, come le prime tre Sonate per pianoforte e i primi Quartetti, “fondamentali” a prescindere - per non dire dei due trii op. 70 n. 1 “Geistertrio” e op. 97 “Erzherzogstrio”, che noi conosciamo familiarmente come “Trio degli Spettri” e “Arciduca”).
Ora, non per dire, ma avete in mente cosa c'è prima della Consacrazione? L'op. 123 di Beethoven è niente di meno che la Missa Solemnis (e l'op. 125 è la Nona, s'è detto - anche quella con un bel nome appiccicato, ovvero “Choral”, tanto per non far mancare anche a lei il battesimo postumo).
Anni fa, quando ero direttore di coro, preparammo per un concerto dedicato a Beethoven un magnifico pezzo breve, per coro e orchestra, dal titolo Mehresstille und glückliche fahrt (uno dei tanti tentativi di Beethoven di far venire i sudori freddi ai coristi, come si diceva da un'altra parte). Il pezzo è davvero bello e, nella sua brevità, è un condensato di "beethovenismo” 😃. Qualcuno lo conosce? E, quelli che lo conoscono, quante volte lo hanno sentito in pubblico o visto in un catalogo di dischi? Benissimo, date un'occhiata al numero d'opus e, insieme a me, sbarrate gli occhi... 😮 È l'op. 112! e prima di quella ci sono i tre monumenti, ovvero le tre Sonate opp. 109, 110, 111 e, dopo, Die Ruinen von Athen, op. 113.
Detto tutto ciò emergono, a mio parere, un paio di “luoghi comuni” che ci si porta dietro sempre quando si parla di un compositore e che, almeno noi musicisti, dovremmo contribuire effettivamente a scardinare. Uno di questi riguarda un po' tutti gli autori e si riferisce al fatto che gli ultimi lavori siano sempre e comunque i migliori (come se, tra l'altro, l'autore sapesse che sarebbero stati gli ultimi lavori). Una sorte analoga hanno i primi lavori, che, in quanto esordio, sono sempre da ritenersi, alternativamente e a seconda di chi ne parla, presaghi dei futuri splendori, o fondamentali per vedere quanto poi l'autore stesso se ne sia discostato. 😴
Beethoven inoltre soffre di un altra gravissima zavorra, ovvero che lui “è” (o era, se preferite) il musicista “del pugno sul tavolo”, il musicista arrabbiato col mondo, il musicista che graffia... basterebbe invece ricordare che lui stesso considerava la sua Ottava Sinfonia la sua preferita per rivedere decisamente queste posizioni. E basterebbe ascoltare i pochi frammenti della sua Decima (della quale per altro esiste una versione “completata” che, anche se non può ritenersi “beethoveniana”, è illuminante rispetto alla direzione che B. avrebbe poi preso), per capire come, sì, la Nona sia da ritenersi un enorme salto in avanti, un pezzo decisamente innovativo, ma che, probabilmente, per Beethoven era né più né meno che un esperimento (del quale non deve esser stato nemmeno lui tanto convinto, a giudicare da come aveva iniziato proprio la sinfonia successiva).
Dopo un paio d'ore che scrivo, penso, ripenso e riscrivo, mi rendo conto che la risposta alla domanda di Luca è rimasta nascosta tra le righe. Rileggo (ancora!) e chiedo scusa: va cercata, ma garantisco che c'è! 😉