thallo ha scritto:
si proponga un brano, su :-)
che io in realtà odio Brahms...
Claudio...l'hai voluto tu, ora però non lamentarti. 🙂
Johannes Brahms e i suoi quattro periodi compositivi
Johannes Brahms, è senza alcun dubbio uno dei più grandi geni della musica colta occidentale ma, nonostante ciò, soprattutto nei paesi latini, rimane ostico e lontano dai gusti di tanti ascoltatori. La domanda che ne consegue è dunque: come mai, molta (troppa) musica di questo compositore (a dispetto degli innumerevoli capolavori assoluti da lui composti) continua ad essere pressoché ignorata ancora, nonostante in suo favore siano intervenuti negli ultimi ottant'anni, numerosi autorevoli personalità musicali e intellettuali?
Parlo degli ultimi ottant'anni perché fu esattamente nel 1933, anno del centenario della sua nascita, che Arnold Schönberg in una conferenza dal titolo “Brahms il progressivo”, mise definitivamente una pietra tombale, sopra ogni polemica negativa riguardante il genio d'Amburgo dimostrando come Brahms – il classicista, l’accademico – fu, in realtà, un grande innovatore nella sfera del linguaggio musicale. In particolare, Schönberg attribuì a Brahms il merito di una prosa musicale moderna, ottenuta spezzando le simmetrie d’una forma schematica a corto respiro ed estendendo le modulazioni a regioni molte lontane dalla tonica. Brahms con la sua prosa musicale si può accostare in letteratura a Marcel Proust: «In “Du coté de ches Swan” certe persone anche molto colte, fraintesero la composizione rigorosa, benché velata (e forse più difficile da discernere perché era a larga apertura di compasso e perché il pezzo simmetrico d’un pezzo precedente, la causa e l’effetto, si trovavano a grande intervallo l’uno dall’altro) e credettero che il mio romanzo fosse una specie di silloge dei ricordi, concatenati secondo le leggi fortuite dell’associazione delle idee». L’analogia dei procedimenti (le simmetrie lontane di Proust sono l’equivalente in Brahms alle modulazioni a largo raggio d’escursione tonale) rivela l’insospettata analogia dei contenuti.
Il compositore non si limitò alla sua sfera personale di timido incapace di affrontare la vita, di scapolo inveterato e pieno di struggimento per le gioie della famiglia, ma fu la solitudine dell’uomo il vero soggetto della sua arte superlativa e fu la ragione intrinseca della sua grandezza. Schönberg rilevò anche giustamente come, col passare del tempo, l’antitesi Wagner/Brahms fosse sempre più scemata, per lasciare spazio in maniera postuma, ad una convergenza, dove i comuni tratti romantici dell’epoca finirono per contrastare le posizioni individuali. Infine,Schönberg, rilevò come Brahms si avvicinò ad una «musica per adulti (…) le persone mature pensano in termini complessi e tanto maggiore è la loro intelligenza, tanto più numerosi sono gli elementi con cui hanno famigliarità». Brahms, indubbiamente è dunque un compositore difficile e, questa difficoltà, egli se la conquistò attraverso il confronto con Beethoven, compositore che, volente o nolente, condizionò tutta la storia della musica che a lui seguì per almeno cent'anni dopo la sua morte.
Ma quali furono i motivi per cui molti ancora oggi sostengono che Brahms rappresentò a suo tempo la conservazione? Brahms, da assertore strenuo della tradizione sinfonica e della forma-sonata, si schierò contro il poema sinfonico di Franz Liszt, il Wor-ton-drama di Richard Wagner, i polemici proclami di Hector Berlioz.
Brahms fu, come disse Massimo Mila: «un solitario, un timido incapace d’affrontare la vita nella sua pienezza, scapolo inveterato e pieno di struggimento per le gioie della famiglia, romantico tardivo al quale ogni scelta si configura come strazio per la privazione di tutti gli altri beni che quella scelta esclude (…). Non la solitudine propria, ma la solitudine dell’uomo è il soggetto dell’arte di Brahms ed è la ragione intrinseca della sua grandezza.».
Eppure anche uno come Massimo Mila, d'altra parte, partì da posizioni non certamente favorevoli verso questo genio musicale per poi, in un secondo momento, confessare candidamente i propri errori in merito. Riferendosi a quanto da lui stesso scritto nel 1933, nel 1966 fece completamente ammenda di tutto ciò ma, spiace constatare come dopo quasi cinquant'anni da allora, per molti ascoltatori, il pollice sia verso per il compositore di Amburgo.
Scrisse Mila: «Il saggio su Brahms, per il centenario della nascita, è il disastroso punto di partenza d'un lungo viaggio di avvicinamento, che attraverso tappe successive mi avrebbe portato da uno stato d'insofferente sordità, complici i pregiudizi anti-romantici della “modernità”, a una condizione di affetto quasi idolatrico (...). Brahms è il primo e probabilmente il più grande maestro del Decadentismo, cioè della civiltà moderna. Decadentismo che nella musica (...) significa appunto ingresso della cultura come componente della creazione artistica, necessità improrogabile di fare i conti con un passato accumulato da secoli, obbligo di assumere coscientemente le proprie responsabilità storiche (...) Brahms come l'ultimo Verdi e poi Reger, Debussy e Busoni (...) iniziarono, come dice Schönberg di Brahms, «a scrivere musica per adulti». (...) Dispostissimi, essi, a mettere il piede nelle orme del passato e ad annettere la cultura storica tra le forze creative dell'arte; e ciò fecero con un potere di assimilazione che mancò ai loro continuatori neoclassici. (...) Brahms prende il basso di una Cantata di Bach per la passacaglia della Quarta Sinfonia, e uno manco se ne accorge, perché la potenza della sua fantasia musicale, nutrita di cultura, assicura la completa omogeneità: allora la citazione bachiana, analogamente a quanto avverrà nel Concerto per violino di Berg, si comporrà come quei pezzetti d'epidermide che si prelevano da una parte sana per collocarli all'interno di una grande bruciatura, dove a poco a poco germogliano ripristinando l'intero tessuto distrutto.
Nell'animo di chi ha scritto la Quarta Sinfonia e il Quartetto con clarinetto sono passte le forze che hanno sconvolto il mondo negli ultimi cent'anni e le esperienze di vita su cui sorgono, Proust e Kafka, Freud e Joyce, Musil e Thomas Mann. Solo che Brahms è il più grande di tutti, e la storia della cultura non riuscirà mai a farsi un quadro completo ed esauriente del Decadentismo europeo, finché trascurerà di annettersi i valori musicali. D'altra parte la cultura musicale è restia a riconoscerla modernità dell'arte di Brahms, perché soggiace ancora agli strascichi faziosi d'una polemica le cui giustificazioni storiche sono oggi esaurite. Eppure Schönberg aveva ben visto che quando alla morte di Wagner « era stato materia di profondo contrasto » già alla morte di Brahms «apparve nella sua effettiva realtà, ossia la differenza fra due personalità, fra due stili espressivi, non così contraddittori da impedire la contemporanea presenza delle qualità di entrambi in una stessa composizione».
Se per Beethoven si può parlare di “tre stili” la carriera di Brahms si divide in “quattro periodi”.
Il “primo periodo” comprende, ovviamente, le opere più giovanili ed arrivò al 1855. Fu caratterizzato sul piano umano dalla crescente amicizia per il violinista József Joachim, e dall’affetto verso Robert Schumann e sua moglie Clara Wieck. L'amore per quest'ultima si trasformò presto in un vero e proprio amore platonico. Siamo quindi nel periodo più “romantico” per antonomasia per Brahms, un periodo in cui il compositore considerò il contenuto della propria opera più importante della forma. Non si può certo parlare di un capolavoro ma, indubbiamente, l'opera più significativa di questo primo periodo fu la “
”.
Il “secondo periodo” è rappresentato da tutte le opere composte prima del “Requiem Tedesco”. La sua caratterizzazione è anticipata da studi approfonditi del contrappunto che portarono Brahms ad una grande maturazione ed a rivolgersi ai modelli classici. Cominciò qui già ad evidenziarsi il suo stile “crepuscolare” e le sue opere si fecero sempre di più dolci, intime e meditative. Innumerevoli i capolavori di questo periodo a cominciare dalle “
”, al “
”, nato originariamente come sinfonia.
Ma di questo periodo e sulle Variazioni su cui voglio un attimo soffermarmi perché le ritengo fra le più grandi di tutta la storia della musica.
Iniziamo da quelle che ritengo le più collassali: le “
” che furono concepite nel settembre 1861.
In generale per Brahms la sua conquista in questo genere consiste nel perfetto equilibrio tra il rigore classico della sua struttura e l'ispirazione assolutamente romantica, ricca di melodie e di soluzioni espressive. In questo caso, il brano da variare, è un'aria di Händel estrapolata dalla sua “Suite n. 1 da Leςons pour le clavecin” che qualcuno paragona, dal mio punto di vista con troppa severità, a quella del “
”. Brahms partendo dalla lezione beethoveniana, da questo tema, crea un miracolo di stile, tecnica e invenzione, pur nell'osservanza rigorosa dei tratti armonici, ritmici e melodici del tema ispiratore.
Si tratta di venticinque tessere musicali compiute e definite nella loro autonomia e, se il pianoforte non viene trattato da gratuite virtuosità, si toccano punte di difficoltà estrema e si può dire, a giusta ragione che, con esse, Brahms pose una pietra miliare nella storia della forma variata, collocandosi sulla scia delle “
” di Bach e “
” di Beethoven.
Passo ora alle meravigliose “
” risalenti all'estate del 1856, un periodo della vita in cui il genio di Amburgo studiò il contrappunto degli antichi e, naturalmente, Bach in particolare. Come non notare anche qui la fusione della sua soggettività romantica con il rigore stilistico degli antichi maestri. Ma come non notare anche che la tecnica che provoca una specie di polverizzazione del tema è anche legata alla variazione amplificatrice di Beethoven. Le differenze rispetto al “
gigante” sono nei procedimenti di scrittura, nella conduzione, nell'invenzione. Pensate che Clara Schumann nell'eseguirle a Lipsia affermò che il compositore si trovò in una condizione «
Bach-beethoveniana-brahmsiana».
Ma come non concludere questa piccola invasione nel campo della variazione brahmsiana senza parlare delle “
” del 1862/63, un altro caposaldo del repertorio pianistico del genio d'Amburgo, vero e proprio contraltare di quelle sul tema di Händel: due temi agli antipodi, due mondi agli opposti, due finalità diverse ma con un unico personale linguaggio nell'affrontare i due impegni.
Divise in due libri, anche in queste si ripresenta l'unione delle tre grandi B tedesche e, in particolare il pensiero a Beethoven, va ai due finali dei due cicli.
Il “terzo periodo” iniziò con l’elaborazione del “
” e fu caratterizzato dalla massima combinazione dell’arte brahmsiana con lo spirito dei secoli precedenti attraversando tutta la musica che va dal Rinascimento attraversando il Barocco, il Classico, fino al Romanticismo. Il maestro amburghese raggiunse l’apice del progresso nelle risorse tonali e tutte le sue opere orchestrali e corali (a parte ovviamente il
) furono create in quegli anni. La concentrazione intellettuale e spirituale divenne il principio guida del suo lavoro; la sua espressione si fece densa e concisa e le sue composizioni guadagnarono in potenza e in tragicità.
Non ho alcun dubbio nell'affermare che dopo il corpus delle nove sinfonie beethoveniane, il corpus delle quattro brahmsiane, sia il più importante della storia della musica sinfonica; queste composizioni appartengono tutte al suo “terzo periodo compositivo”.
La “
” ebbe una gestazione che andò dal 1855 al 1876. Questa sinfonia che molto retoricamente
Hans von Bülow chiamò la “
Decima sinfonia di Beethoven”, arrecando un danno notevole a Brahms e contribuendo ad accentuare quell’idea che lo dipingeva come compositore conservatore.
In verità le cose stanno in maniera diversa. Le ultime grandi sinfonie composte prima di Brahms erano le ultime fatte da Mendelssohn nel 1842 e da Schumann nel 1851 che apparirono agli occhi dell’amburghese inadeguate rispetto al magistero formale e di scrittura orchestrale delle partiture beethoveniane, considerate esempi di assoluta perfezione. Brahms, di suo poi, visse sempre il momento di affrontare la Sinfonia, come un momento di soggezione nei confronti del suo grande predecessore. Questi furono i motivi che lo indussero a imprimere alla sua prima sinfonia una particolare attenzione all’elemento tematico e alla forma, che cercò di orientare nel senso di musica “pura”. Quello che però appare in essa intrinsecamente diverso fu il linguaggio, ricco di nuove modulazioni e calato in una realtà completamente diversa, più lirica e più drammatica tanto è vero che Giacomo Manzoni scrivendo di questa sinfonia e delle sue analogie con la “Nona” affermò: «Oggi per noi è già più difficile scoprire questa immediata continuità nell’opera dei due musicisti.»
La “
” fu composta nel 1877. Se per la prima si può parlare di modello beethoveniano per la seconda i modelli furono
Mozart per la sua eleganza,
Schubert per la sua freschezza popolare.
La “
”, composta nel 1883, rappresentò la svolta vera e propria di Brahms rispetto al passato e soprattutto verso Beethoven. Se il primo movimento è ancora legato all’idea di monumentalità beethoveniana, il quarto è ridotto nella dimensione “minore” della musica da camera.
Infine la “
” del 1885. Sempre Giacomo Manzoni su di essa così si espresse: «
La Quarta è indubbiamente il capolavoro sinfonico di Brahms, e non a caso è anche l’ultima sinfonia; poiché in essa egli aveva raggiunto il massimo che nel quadro del sinfonismo romantico fosse possibile ottenere in quell’epoca e con quei mezzi che lui aveva a disposizione. Non per nulla proprio con la Quarta Brahms conclude decisamente il periodo del romanticismo musicale, facendo nascere dei problemi nuovi, dopo aver portato al massimo grado di espressione la tradizionale forma della sinfonia ottocentesca.»
Sarebbe impossibile in un excursus, seppur breve, brahmsiano, non parlare dei suoi due concerti per pianoforte e orchestra che, appartengono il n. 1 al suo primo periodo e il n. 2 al terzo periodo compositivo.
Fu fra il 1854 e il 1857 che fu composto il primo e, la sua genesi, fu costellata da tante incertezze e ripensamenti. Nacque prima come una probabile Sinfonia e solo in un secondo momento fu convertito in Concerto per pianoforte e da questo sta la sua fortissima impronta sinfonica: «(…) Non si valuterà mai abbastanza l’importanza dell’Opus 15 e della sua burrascosa trasformazione da una sinfonia in un concerto per pianoforte dal formidabile primo tempo drammatico e tempestoso, poi declinante in un garbato Adagio e in un anacronistico Rondò.(…).» (Massimo Mila)
Fu poi fra il 1878 e il 1881 che Brahms compose il suo “
” e la differenza è superlativa.
Penso che le parole più giuste su questo concerto le abbia scritte Piero Rattalino: «(…) L’idea che apre la strada alla soluzione brahmsiana è di una genialità sconcertante; la sonorità complessiva (…) non è plasmata né su quella del pianoforte né su quella degli archi, ma su quella degli strumenti a fiato (…). La sonorità è “grigia” perché non possiede né la morbidezza pastosa degli archi né lo squilibrio aggressivo del pianoforte e degli ottoni: archi e pianoforte confluiscono nel termine intermedio, nella vibratile delicatezza degli strumentini e dei corni, ed il colore ha la traslucida oleosità della pennellata di un Leonardo. (…) è il più bello e perfetto di tutti i concerti per pianoforte e orchestra, il concerto dei concerti, il re dei concerti. (…) Brahms aveva donato alla letteratura pianistica l’opera suprema, Brahms era il creatore da cui bisognava partire per leggere a ritroso tutta la letteratura pianistica che nell’Opus 83 toccava il suo culmine.»
Maestosità, autorevolezza varietà inesauribile dei registri, preziosità nei colori e nei timbri, equilibrio classico, ma anche poesia e altro ancora in questo Concerto di cui Franz Liszt – che non fu certamente generoso nei confronti dell'amburghese - scrisse in una lettera a Brahms: «(…) Mi sembra che possegga il carattere di rivelante opera d’arte, dove pensieri e sentimenti si fondono in nobile equilibrio.(...)».
Nel 1890 Brahms considerò esaurito il suo lavoro col
ma, la primavera dell'anno dopo aver fatto testamento, egli riprese la sua attività compositiva entrando in quello che fu il suo “
quarto periodo”. Il suo stile si fece ancora più grave più reticente e più naturale.
Protagonisti di questo suo ultimo periodo furono il pianoforte e il clarinetto: opere che pur perdendo in freschezza rispetto al passato, acquistarono in forza spirituale e in potere creativo formale.
Per questi due strumenti Brahms ci lasciò capolavori assoluti di bellezza e grandezza, a cominciare dal “
” del 1891 che, come asserì
Claude Rostand, è «
una grande rassegnata confessione, immersa in un'atmosfera piena di tenerezza».
Ma che dire poi dei pezzi pianistici che seguiranno? Le “
”, i “
”, i “
”, tutti del 1892, i “
” del 1893, tutte meraviglie delle meraviglie; le sue “
” e “
” del 1894, anno che vide la scomparsa per Brahms di tanti cari amici: come non sentire in queste sonate il suo dolore?
Dolore che trapela ancor di più nella sua opera-testamento i “
” (Quattro canti seri) tratti dalla
Bibbia nel 1896, anno della morte di
Clara Wieck Schumann, dove la morte è vista come «
è la sola via per ottenere la piena consapevolezza: per capire che l'amore è il sentimento più forte, l'esperienza più bella per un essere umano». (
Arnold Whittal)