Come si vede, sembra difficile parlare di linguaggio senza parlare di significato, e ciclicamente su questo forum sembrano riemergere sempre gli stessi spettri. A prescindere da come poi ognuno la voglia vedere, mi permetto di richiamare alla mente alcuni concetti storicamente rilevanti, anche se forse già fatto in passate discussioni. Se qualcuno avrà la pazienza di leggerli, e se già non li conosce o non li ricorda, magari potrà farsene qualche spunto di riflessione.
Il formalismo in musica trova in Hanslik uno dei suo passati campioni. Purtuttavia i concetti di linguaggio, senso e sigificato sono stati affrontati in modo più completo dalla logica e dalla linguistica. Come già detto da qualche parte, e per non andare troppo indietro con la storia, Frege distingueva tra Sinn e Bedeutung. Cosa sono? Facciamo un paio di esempi (non sono quelli originali): i vari cartelli segnaletici che indicano la direzione e la distanza da Roma, sono ciascuno un Sinn differente verso lo stesso Bedeutung Roma; il 216° papa della Chiesa Cattolica o il figlio di Giuliano della Rovere nato ad Albissola nel 1443, sono due differenti Sinnen che indicano lo stesso Bedeutung. Sono almeno due le cose da notare qui, primo che il Sinn è il “modo in cui l’oggetto ci viene dato”, secondo che un Bedeutung ha molti Sinnen, mentre un Sinn ha, in generale, un solo Bedeutung. Il campo di applicazione di questa teoria è per Frege il linguaggio, che egli distingue essenzialmente in linguaggio naturale e linguaggio logico
(a due valori di verità). In questo modo Frege può dire che “Ulisse approdò ad Itaca immerso in un profondo sonno” è una frase con un Sinn ma il cui Bedeutung è incerto. Per Frege, se in un’espressione compare un termine privo di Bedeutung, l’intera espressione non è né vera né falsa, cioè è sua volta priva di Bedeutung, anche se ha un Sinn: suppergiù quello che pensava Hanslick della musica.
Sta di fatto che di lì a poco Russell comunicò Frege che questa impostazione teorica conduce ad un’antinomia e nel suo saggio "On Denoting" sostituisce infatti alla nozione di Sinn il concetto di “funzione proposizionale”. In breve per Russell un’espressione può avere significato anche se è composta di termini che singolarmente non denotano alcunché. Altrimenti, seguendo Frege e il suo esempio di Ulisse, dovremmo concludere che l’intera epica greca è priva di Bedeutung, che in Italiano (e lo dico solo ora apposta) si traduce con significato. È secondo me da notare che inizialmente in Inglese Bedeutung, se non sbaglio, era reso con reference e in seguito con meaning. Oltre tutto Sinn è traducibile anche con significato, proprio così come lo è Bedeutung. In qualche modo dunque la nozione di Sinn senza Bedeutung è una nozione fuorviante, e lo diventa soprattutto nella traduzione italiana. Hanslick in verità è precedente a Frege e il suo formalismo è in qualche modo autonomo rispetto a lui anche se diventa abbastanza facile leggerlo con quel quadro concettuale. Hanslick, in aperta contrapposizione con l’estetica Wagneriana, toglie ogni contenuto dalla musica, compresa la sfera delle emozioni. La musica ha molti Sinnen, ma nessun Bedeutung: questa è in sostanza la posizione formalista e cambia di poco anche nella sua versione “enhanced”, come quella proposta da Kivy. In Kivy si nega ancora il valore semantico della musica, ma si rivaluta fortemente l’esistenza di un rapporto tra musica ed emozioni. Inoltre Kivy ammette che la mancanza di contenuti è limitata alla musica strumentale occidentale, mentre ammette che la musica possa essere significante, anche quella occidentale, quando accompagnata da parole. Già questa posizione formalista allargata dovrebbe destare preoccupazioni nei suoi sostenitori: come infatti potrebbe la musica essere significante se accompagnata da parole se da sé non può essere significante? O il significato è solo quello delle parole e quindi la musica non aggiunge né modifica nulla, oppure in sé la musica deve avere qualche potenzialità. Ad ogni modo, ovviamente qualunque formalista si vede costretto bene o male a negare alla musica lo statuto di linguaggio: se la musica non ha un contenuto allora non può essere un linguaggio, in quanto un linguaggio è un insieme convenzionale di simboli organizzati adatto a comunicare o esprimere qualcosa. Questa posizione, a mio parere, deriva proprio dal fraintendimento iniziale portato dalla distinzione fregeana e dalle conseguenti antinomie indotte.
Ovviamente la posizione formalista non è la sola. Da Wagner in poi, passando per Adorno, per arrivare, ciascuno a suo modo, al Wittgenstein delle "Ricerche", alla tradizione ermeneutica, ai cultural studies, agli studi di genere e addirittura a numerosi esponenti della filosofia analitica (Danto, Levinson, ecc…), oggi ritenere che l’asemanticità della musica sia la sola dottrina è per lo meno ingenuo. Addirittura le neuroscienze, da qualche anno pretenderebbero di aver dimostrato che la musica promuove significati in modo analogo ad altri linguaggi (se qualcuno è interessato forse ritrovo qualche estratto di questi studi).
Cosa davvero si dovrebbe intendere allora oggi quando si dice che la musica ha molti sensi e nessun significato, visto che ci si ostina ad utilizzare tale proposizione? Se non vuole rimanere una formuletta imparata da qualcuno o letta da qualche parte si dovrebbe essere in grado di giustificarla. Se la si intende secondo le nozioni di Frege (e di Hanslick) rischia di mostrarsi un vero fraintendimento. Quali sarebbero infatti i molti sensi di una musica? In quanto Sinn. il senso non è che un’espressione, un modo di dire qualcosa, quindi in quanto Sinn ogni musica non dovrebbe avere che un senso solamente, anzi dovrebbe essere "un" senso, non una molteplicità, a meno che con senso non si intenda una performance, non quello dato da una performance, ma la stessa performance, ma allora ci si allontanerebbe ancora di più da una spiegazione.
Che altra accezione si potrebbe dare al termine senso, forse quello del linguaggio parlato? Nel linguaggio italiano se io dico “Pippo è un cane” qualcuno fuori dal contesto mi può benissimo chiedere “ma in che senso?” Io potrei infatti aver indicato un cane di nome Pippo, oppure essermi rivolta al mio amico Pippo in modo spregiativo, oppure ancora aver ricordato a qualcuno che l’omonimo personaggio dei fumetti è un cane. Quella sua domanda dunque può essere sostituita tranquillamente da “a cosa ti riferisci?” In italiano quindi si presuppone in qualche modo un contenuto verso cui il senso di un’espressione è riferito, tant’è che nel linguaggio comune (e non solo italiano) senso e significato sono facilmente interscambiabili. Pensare quindi che i molti sensi di una musica siano da leggersi nell’accezione del linguaggio parlato non può nuovamente spiegare la questione.
Potremmo proseguire a piacimento, e di modelli semantici ve ne sono infatti numerosi, fin troppi, ma il fatto è che noi abbiamo comunque a che fare con una realtà che vogliamo in qualche modo descrivere, e per fare questo è necessario che stabiliamo dei termini che siano efficaci allo scopo. Di per se non c’è nessun problema nel chiamare senso il significato e significato il riferimento o viceversa, ma alla fine è la descrizione nel suo insieme che deve reggere il meglio possibile, anche se sarà sempre solo un’approssimazione. Forse allora conviene recuperare almeno in parte l'obiezione di Russell all'utilizzo del termine Sinn, sia esso usato da Frege oppure da Hanslick. O forse ancora si potrebbe accondiscendere alle suggestioni di Wittgenstein che oltre a contestare la validità delle teorie del riferimento si oppone altresì all'idea stessa della possibilità di una musica "pura": per comprendere un'opera musicale adoperiamo categorie che desumiamo da esperienze non musicali (e quindi la comprensione e l'espressione musicali non sono chiuse).
Sono tutte cose già dette. L'unica cosa che posso sottolineare è che prima di sentenziare apoditticamente questa o quella conclusione, sarebbe meglio porsi qualche domanda e farsi venire qualche dubbio, del tipo, in ordine sparso:
-che interpretazione posso dare di una cosa che non ha significato?
-quali accezioni si possono avere dei termini linguaggio, senso e significato?
-viene prima il linguaggio o viene prima il significato?
-se il significato è un segno di qualcosa fuori da significante, questo qualcosa deve essere per forza univoco e determinato?
-se il senso è il modo con cui questo qualcosa viene indicato, in che termini possibile indicare in qualche modo qualcosa che non sussiste?
-per avere una semantica ciò che è indicato deve essere unitario o può essere molteplice?
-il modo di indicare qualcosa potrebbe esso stesso essere un qualcosa?
-può esistere un'espressione del pensiero priva di contenuto e piena solo di forma?
-ecc. ecc..