AbateFaria ha scritto:
Tu ne saresti in grado, Bianca? Se si, procedi pure...leggerò appassionatamente.
Non so, quello che posso fare è cercare per sommi capi di dare qualche idea, se poi c’è un contradditorio magari diventa meno pesante.
Cominciamo dal basso con un caso concreto.
Prendiamo le opere musicali prima citate: la quinta sinfonia di Beethoven e la cathédrale engloutie.
Della prima si parla di morte che bussa, ma non è un’attribuzione originale dell’autore, della seconda invece si parla di un mondo sommerso ed è una precisa attribuzione dell’autore. Ora ci potremmo chiedere cosa ci suscita ciascuno dei due pezzi. Personalmente a me la quinta non ricorda la morte che bussa e non me la ricorderebbe nemmeno se l’autore in persona mi venisse a dire che l’ha scritta con quello scopo. La seconda invece, devo essere onesta, è in grado abbastanza bene di evocare la magia di un mondo sommerso, o di qualcosa di simile forse anche se l’autore non l’avesse mai programmaticamente dichiarato. Tuttavia né nel primo né nel secondo caso mi immagino che esista un riferimento esterno reale o psicologico a cui queste musiche si riferiscono. Ma soprattutto, anche se questi esistessero effettivamente o se l’autore me li mostrasse, la mia percezione dell’opera non cambierebbe. Ancora, quello che viene percepito da ogni individuo diverso da me, non sarà certamente, o probabilmente, in alcun modo quello che percepisco io. In sostanza, fin qui, quoto quello che afferma Daniele.
Da tutto questo in che modo potremmo desumere che allora la musica non è un linguaggio? Forse un linguaggio è tale se e solo se il dato comunicato è inequivocabile, singolare e univocamente distinguibile? Non è affatto così, anzi è tutto il contrario. Chi sostiene questo (non parlo di Daniele ovviamente), si perde tutta la bellezza e le potenzialità del linguaggio, purtroppo senza guadagnare nulla.
Oppure non è ben chiaro cosa sia la semantica. Come dicevo prima, non si deve assimilare la semantica alla teorie del riferimento. Sicuramente la denotazione è semantica, ma anche i “modelli” lo sono, e anzi in un modo ancora più forte. Cosa siano questi “modelli” di cui parlo probabilmente è la parte mancante e più difficile di tutto il ragionamento e proprio quella su cui sarebbe più complesso dilungarsi. Forse “modelli” non è il termine più appropriato perché può indurre confusione in chi usa il termine in campi diversi dalla logica matematica, ma tant’è, non l’ho deciso io 😉. Facciamo comunque finta, per ora, di sapere o di avere una vaga idea di cosa si tratti.
È invalso l’uso di parlare di arti asemantiche per esempio per contrapporre le arti figurative a quelle come la poesia o la letteratura in genere. Io ritengo che questa distinzione, se pure in certo modo lecita, sia molto pericolosa, soprattutto e proprio quando si infila di mezzo il linguaggio. Quando si parla di linguaggio, infatti, volente o nolente ci si deve scontrare con la semantica.
Siamo d’accordo ad accettare la definizione per cui un linguaggio è un insieme convenzionale di simboli e di regole per manipolarli? Sì? Allora dimmi chi o cosa pensi che debba stabilire la validità di un linguaggio… lo dico io, è la semantica!
La semantica (semeion in greco è il segno o simbolo) è proprio quella cosa che serve a stabilire se una certa espressione ha senso e non si tratta semplicemente una manciata di tessere gettate su di un tavolo.
Parlare di linguaggio asemantico, quindi, è una contraddizione in termini, da cui a mio parere bisogna guardarsi con circospezione. Quando Frank utilizza questa locuzione, io so bene che intende “linguaggio non denotativo” , ma chi non conosce tale distinzione rischia di fraintendere.
Infatti bisogna notare che la semantica non è il risultato del linguaggio, così come il significato non è il risultato di un’espressione, ma è il suo giudice regolatore, quello che garantisce la sua legittimità.
In questo senso un’opera d’arte asemantica è un’opera priva di valore, anzi, non è neppure un’opera, ma qualcosa di buttato lì a casaccio. Estremizzando si potrebbe invece sostenere che più vasto è il campo dei “modelli” che possono sostenere un’opera, tanto più grande sarà il “valore” dell’opera. Ovviamente non parlo della conta di singoli soggetti che replicano tutti lo stesso modello, ma della capacità di un’opera di passare attraverso le epoche riuscendo ad avere sempre qualcosa da dire in ciascuna di esse. Anche se questa è più che altro retorica.
E sempre nel senso di prima, un linguaggio non denotativo, non è meno potente o meno linguaggio di un linguaggio denotativo: semplicemente e diverso perché ha una semantica e modelli differenti.
Bisognerebbe poi anche rendersi conto che un linguaggio completamente denotativo è anch’esso in certo qual modo un’illusione. Basti pensare che se io dico “guarda questo dito” la mia espressione assume un carattere completamente denotativo solo se associata ad un deiettivo (ossia l’indicazione materiale di ciò che sto dicendo a parole), che è un elemento extralinguistico… e poi ancora…
Allora se conveniamo sul fatto che la musica sia in qualche modo un’espressione fatta di simboli organizzati non vedo come essa possa sfuggire alla definizione di linguaggio data precedentemente, e quindi per quanto detto prima dobbiamo accettare che per essa valga una semantica. Se così non fosse come potremmo interpretare, analizzare, studiare, insegnare e tramandare la musica?
Certo, possiamo dissentire sulle definizioni di partenza. Ma dire che la musica è musica, non serve a molto, è come dire che una mela è una mela o una dittatura è una dittatura.
D'altra parte queste sono anche le ragioni per cui, come dice Frank, tra "musica" e "meravigliosa" c'è un mondo, un mondo che spiega "l'apertura" che qualunque giudizio musicale è costretto ad avere.