Alfredo Casella doveva essere l'oggetto della mia tesi triennale, sono sempre stato affascinato dal primo novecento italiano e volevo capirne qualcosa in più. Ahimè mi imbarcai in un progetto troppo grande di me, l'analisi del suo Orfeo, e dopo un po' fui costretto a issare bandiera bianca. Mi rimasero alcuni ascolti interessanti, un Orfeo di Poliziano in edizione BUR, e l'idea che la riscoperta di quel repertorio sarebbe dovuta partire dal mondo musicale, non da quello accademico.
Questo un primo ascolto, "Italia", una sorte di poema sinfonico, qui le note di Flaminio online http://www.flaminioonline.it/Guide/Casella/Casella-Italia11.html

Ci sarebbero molte cose da dire, è un pezzo piacevole, di facilissimo ascolto, Viola ha tirato fuori, parlando di alcune composizioni di Respighi, come di "pezzi commerciali". E' un discorso complicato da affrontare, in questi termini, perché nessun pezzo di Respighi o di Casella potrà mai essere fino in fondo commerciale, ma se ascoltiamo primo '900 non possiamo aspettarci solo Webern e Bartok, dobbiamo aspettarci anche Mahler e Mascagni. Rispetto a quello che si dice nelle note che ho linkato, aggiungo che la prima parte è wagnerianissima, del Wagner "modale" del Parsifal, spesso poco considerato. Da 0.20 circa, per esempio, c'è questa specie di Corale di ottoni, con movimenti di grado (ovvero, per chi non cogliesse subito, ci sono note ferme in acuto e scale in grave) che formano continue dissonanze in attesa di soluzione, le famose settime defunzionalizzate.
Tipo
da 5.30 iniziano queste fanfare a corale, in cui sembra proprio di sentire piccoli temi polifonici che, infatti, vengono riproposti e variati per tutta l'Ouverture. Ecco, questo è un elemento tipico wagneriano, tipico soprattutto di quest'ultimo Wagner, che a me piace moltissimo. Da ascoltare anche a 11.10 questo modo di costruire tensioni cromatiche col basso che scende per grado, in cui la tensione è molto più importante della risoluzione. E non c'è molto di rivoluzionario, non è il Tristano, è un movimento delle parti che Josquin avrebbe potuto fare così, che Bach avrebbe potuto fare in modo perfino molto più complicato. Potrei imbastirci un discorso che però, forse, avrebbe un capo ma non una coda. Quindi rimane qui come flusso di coscienza, non come argomentazione :-) sappiate che io di questo pezzo amo i wagnerismi.
Però non voglio lasciar scappare il tema dell'essere "commerciale", perché penso sia un argomento più profondo di quello che sembra. Ora, in questo pezzo Casella fa quello che facevano TUTTI in quel periodo. E' scritto bene, è piacevole, lo accredita quasi come parte di una scuola nazionale, ma conscio delle rivoluzioni armoniche ed orchestrali del periodo. Questo pezzo non è rivoluzionario.
E allora, è un capolavoro o no?
La Storia con la "S" maiuscola pare avere i suoi meccanismi. La storia della musica, con una "s" di non so bene che grandezza, ha i suoi altri, e la storiografia musicale i suoi altri ancora. Se nella storia ci sono 100 compositori, nella storia della musica 20 di essi hanno un grandissimo successo (che sia di pubblico o di critica) che li rende "notabili" e la storiografia musicale, quella coeva e quella, soprattutto, posteriore, ne sceglie 5 da nominare e analizzare. Secondo quali meccanismi? Eh, vallo a sapere... in genere il meccanismo più comune per il successo storiografico è l'originalità. Il successo di pubblico non funziona così, più spesso sono le cose "uguali" che piacciono al pubblico, che preferisce confermare il proprio gusto piuttosto che cambiarlo, mutarlo. Consci di questi meccanismi basilari, moltissimi musicologi e storici della musica sono affascinati in tenera età (io con Casella lo ero) dal mio della storiografia compensativa. La storiografia compensativa è, a suo modo, una cosa molto etica, animata dall'idea per cui gli studiosi debbano fare vendetta della storiografia mainstream e riportare alla luce le opere e gli autori dimenticati (compensando, così, le ingiustizie). La storiografia compensativa ha sempre successo, è anche una delle ragioni per cui io non sono pessimista rispetto ai destini dell'arte passata e dimenticata, perché ci sarà sempre uno studioso di Vattelappesca voglioso di fare la scoperta del secolo.
A titolo di cronaca, e per la mia misera esperienza personale, trovare una composizione inedita e tirare qualcosa di scientifico dalla sua analisi è un'attività molto complessa, che pochissimi sono davvero in grado di fare. Claudiano De Grassis compositore del 1780 operante a Frattocchie ha probabilmente scritto composizioni banali. Claudio Grasso, che trova la Missa Insolemnis di Claudiano De Grassis, se non riesce a dare un peso storico vero alla sua scoperta probabilmente finirà a insegnare flauto alle medie. Per finire a insegnare Storia della Musica al Conservatorio di Cosenza, Claudio Grasso dovrà, magari, scoprire che Claudiano De Grassis aveva come minimo una Cappella Musicale a Frattocchie, in cui ha insegnato musica a persone migliori di lui e molto più famose. Quando Claudio Grasso riuscirà a far finanziare un Convegno internazionale su Claudiano De Grassis e l'ambiente musicale frattocchiese, ovvero quando la storiografia avrà considerato quella scoperta parte di un panorama storico degno di nota, allora Claudio Grasso forse avrà un posto da ricercatore a contratto di Storia della Musica alla libera università telematica Nicolò Cusano.
Tutto questo per dire che, ahimé, il valore intrinseco di alcune composizioni del primo '900 italiano non basta per renderle "notevoli" agli occhi della storiografia musicale.
Nonostante questo, tutti i nomi che stiamo facendo, e altri che non abbiamo fatto, sono presenti non solo sui libri di storia della musica ma sui programmi di sala dei teatri italiani ed esteri. Questa è una cosa ottima, migliore di quanto pensiate. Il novecento italiano è suonato, studiato e apprezzato, ovviamente ci sono pezzi più di successo e pezzi meno di successo, e paradossalmente spesso vengono preferiti pezzi più conformi a uno "stile del '900 italiano", a dispetto di altri, e questo a parziale spiegazione del come mai di Respighi si suonino solo e sempre i Pini di Roma (non era solo Mila a dirlo, eh).
Chi avrebbe mai detto, ad esempio, che Casella avesse "scritto" tre pezzi per pianola, ovvero per pianoforte a rullo?