thallo ha scritto:
Facciamolo. Cioè, proponi.
Volentieri, purché
thallo ha scritto:
non voglia dire: "noi sappiamo già tutto, quindi ogni precisazione la prendiamo come un puntiglio", nel qual caso va da sé che sarebbe inutile. Poi magari ho condensato un po' troppo il precedente messaggio.
Supponiamo che io sia qualcuno che non sa nulla di teoria musicale, né di analisi, né di musicologia, come in effetti sono. Se sento dire o leggo che le parti di un opera musicale devono avere un certa consequenzialità, è lecito che ponga delle domande fino a che non mi si chiarisca il significato dell'affermazione.
Potrei per esempio rovesciare la domanda e chiedere: ma cosa può mai stabilire che B non sia "conseguenza" di A, o più "debolmente", che una sezione non c'entri con un'altra? In questo modo forse l'esigenza di una risposta "non troppo vaga" diventa più cogente.
Se la risposta alla fine fosse: "lo stabiliscono gli esperti" allora dovrei arrendermi, a meno di non voler studiare un poco per diventare una di loro, nel qual caso quelli che mi precedono saranno obbligati (per modo di dire) a darmi i chiarimenti.
Io credo che “l’indebolimento” di una teoria vada spesso a tutto vantaggio della stessa, ma non prima che questa sia acquisita con fondamento. Questo in tutti i campi. Io posso benissimo accettare di definire un concetto in modo impreciso, purché sia consapevole del fatto di poter essere chiamata a dare un’ulteriore precisazione quando me ne sia chiesto conto, oppure sia consapevole del fatto che quel concetto sia di per se impreciso e che quindi non lo posseggo veramente. In effetti sono pochi i concetti umani fondati di questa seconda specie.
Dire per esempio che “conseguenza” è definibile solo in modo “vago” significa o non conoscere il significato del termine o non possederne il concetto. Inoltre è storicamente falso. La definizione di questo termine è uno dei più grandi successi della storia del pensiero umano. Uno può anche non condividerlo, criticarlo o migliorarlo, ma deve almeno prima conoscerlo. Il ragionamento umano è per gran parte di tipo “inferenziale”. Persino il ragionamento “associativo” si potrebbe leggere da un punto di vista inferenziale.
Con ogni probabilità quindi tu intendevi che il termine è un termine vago in campo musicale. Certo non esiste nei testi di teoria musicale una sua definizione (almeno a quanto ne so). Ma dobbiamo allora pensare di dargli un altro nome. Il che porterebbe la risposta alla domanda del topic ad essere:
“in musica non si può stabilire se B è conseguenza di A, oppure non lo è.”
Se così stanno le cose, però, dobbiamo accettarne tutte le conseguenze (conseguenze?!?, di nuovo?, oh no!) e non potremo mai utilizzare questo come criterio di costruzione o di valutazione di un’opera musicale.
Altrimenti dovremo sforzarci (noi o qualcun altro più bravo e in grado di noi) di perfezionare la nostra conoscenza fin dove è possibile (ossia sempre). Come fai tu nel tuo discorso, per esempio, con spunti interessanti. Se interpreto bene quello che dici, spetta all’ascoltatore stabilire il legame tra antecedente e conseguente, sulla base di un “frasario” messo a disposizione dal repertorio (idea tra l’altro che ha una certa letteratura a sostegno, molto stile common law diciamo), non esaustivo e non vincolante. In questa “apertura” io ci vedo positivamente la possibilità di ampliamento del suddetto “frasario”. E questo è senz’altro un bene dal mio punto di vista, anche perché chiama in causa la possibilità di una definizione “ricorsiva” (tutta da verificare comunque) almeno di una parte del problema (e le definizioni ricorsive sono definizioni fondate). Tuttavia la solita amica ignorante potrebbe insistere e chiederti o chiedermi ancora:
“ma questa apertura chi la convalida? Se è qualcosa che non rientra nel frasario (semplifico tenendo le parti della mia amica ignorante), o si può dedurre da esso in qualche modo oppure chi decide che va bene?”
E allora siamo di nuovo punto accapo a chiederci perché ci dovrebbe essere qualcuno più nobile di me a decidere se qualcosa va bene o meno. Perché ha più gusto? Perché a più soldi e quindi paga per questo piuttosto che per quello (ipotesi per altro non avulsa dalla realtà)? Perché ha più “esperienza”? Io non sarei contenta di una cosa del genere a meno di non accettare in un modo o nell’altro di nuovo che:
“in musica non si può stabilire se B è conseguenza di A, oppure non lo è.”
Purtroppo molte persone che amano la musica si sentono in qualche modo protette nei confronti della prepotenza del rigore da quella che loro pensano essere la natura della musica stessa. Dico purtroppo perché questo genere di persone (perdonami la locuzione che detesto) crede erroneamente che il rigore sia una gabbia per la fantasia, mentre è tutt’altro e questo più di ogni altra cosa al mondo è proprio la musica ad insegnarlo. Ora io non parlo del rigore nell’applicazione delle regole di armonia e contrappunto o di altre come quelle da te citate, ma del rigore nella ricerca e nella comprensione. È un atteggiamento che si percepisce bene soprattutto nelle discussioni in materia. Molti dialoghi e confronti, per non dire tutti, sfociano in una lotta di opinioni che, quando va bene, si accomoda su questioni di gusto. E dietro a questi procedimenti si nasconde sempre il presupposto che tanto in musica non si può dimostrare niente, che non esiste un metodo “scientifico” per dirimere le questioni, perché tanto
“in musica non si può stabilire se B è conseguenza di A, oppure non lo è.”
E allora tutto viene portato davanti al tribunale degli “esperti”, poiché da essi in definitiva viene la legge, e tali “esperti” a loro volta formano schiere di altri “esperti”, e il gioco si ripete.
Ora intendiamoci, potrebbe essere davvero così, che la musica debba rimanere per sempre, nei suoi più intimi recessi, relegata alla sfera dell’opinione e dell’autorità. Tuttavia io spero che la ricerca procederà ancora, con o senza di me, sino a quando almeno questa proposizione si presenti non come un dogma, ma come un dato di fatto, se non provato, almeno fondato. Fino ad allora asseconda anche chi ti sembra pignolo, perché probabilmente costui agisce con buone intenzioni. Ma soprattutto, fino ad allora, chiunque ami davvero la musica, non commetta l’errore di credere che, se qualcuno mai potrà stabilire con un calcolo che B è davvero conseguenza di A e che C invece davvero non può esserlo, questa prova e questo calcolo renderanno la musica grigia e prevedibile, perché è proprio il contrario. Dal mio canto posso solo dire che, se dovessi vedere arrivare quel giorno, io smetterei da subito di amare la musica perché vedrei il suo mondo inesorabilmente rimpicciolito.
Io capisco bene che è fin troppo facile venir fraintesa e la colpa è senza dubbio tutta mia, perché non posso che dare per scontate, consapevolmente, cose che invece non lo possono essere. Ma se l’intenzione è quella di accrescere la nostra consapevolezza, come ho più volte detto, questo è un problema superabile (non facilmente, ma superabile). Quello che io pensavo venisse fuori dalla discussione è il “contrasto” che il termine narratività porta nei confronti del termine “conseguenza”. Questo perché muovo probabilmente da definizioni di partenza che non sono in questa sede condivise. Il termine narratività, che non è un termine di origine musicologica così come non lo è il termine conseguenza, parla di un aspetto ermeneutico dell’oggetto (detto male, non indica solo la narrazione ma anche la sua interpretazione), laddove la conseguenza parla di un aspetto logico. Se tu (tu generico) non distingui queste due dimensioni, finisci per confondere la conseguenza con la narratività e a dare di questa definizioni vaghe e troppo deboli, anche se molto indicative di un “preconcetto”. Il fatto che la narratività sia definita come la caratteristica della musica di essere ricordata è topico: in essa vi è tutta la commistione con la consequenzialità e il legame che entrambe hanno con il tempo e con la temporalità. Dal mio punto di vista questa riduzione è percorribile con senso nella narrativa, nel teatro o in (parte della) poesia. Meno nella musica. Voglio dire che nella musica è un grosso rischio attuare questa confusione, proprio perché ci si costringerebbe a rinunciare a priori a una dimensione che è potenzialmente di una fertilità e di una vastità sterminate. Proprio quella dimensione mancando la quale, come dicevo prima, io vedrei sgonfiarsi d’un fiato questo mondo. Pensa se a un gabbiano dicessero improvvisamente che può volare solo su di un piano!
Per quanto riguarda il tempo vale un discorso corrispettivo, che mi pare dal tuo accenno, tu comprenda e sia in grado di sostenere. Tuttavia non è un discorso parallelo, ma strettamente connesso. La mia considerazione poteva suonare anche provocatoria, ma ti assicuro che è il punto su cui finora ho trovato più convergenza.
Quindi il mio suggerimento è quello di non rinunciare a quella distinzione, e di sforzarsi di capire come poter fare per non rinunciarci. Non so, spero di aver reso chiara la mia “proposta”. Se non lo è posso provare a fare di meglio, se non sembra sensata, pazienza e peccato.