Composizione

Elaborazione, narratività e conseguenzialità nella musica

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Zaccaria

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Risposta 41 di Frank

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micamahler ha scritto:

Mentre invece, chissà perchè, la sensibile un giorno al posto di risolvere preferirà restarsene lì e non risolvere salendo di semitono, a qualcuno non andrà bene a qualcun altro sì, comunque così farà e allora la regola " la sensibile deve risolvere sulla tonica" verrà sostituita con " spesso la sensibile risolve sulla tonica" ! E allora bisognerà, come dicevi tu, trovare delle piccole teorie, che vadano bene per ogni esempio, oppure trovarne una generale che contenga un bel po' di eccezioni.

Riflessione. Prendiamo un brano di musica che già dalle battute iniziali va a connotarsi in un estetica dove la sensibile non "sta li" ma scende...puoi proseguire nell'esempio?

Cosa intendo? Che su un elemento solo il ragionamento è molto chiaro ma sott’intende la variabile evolutiva di un linguaggio che oggi nelle sue regole prevede che la sensibile scenda (o a volte sale pure 😃), poi si ritarda la sua discesa, ed infine sta li…ma il contesto è fatto da tante cose ed è “congelato” in quel momento di vita di un determinato linguaggio…fatto di armonia, fioritura, orchestrazione, organici, moto delle parti, etc.

Facciamo finta che tutti gli elementi usati in un brano siano estremamente classici (intendo classicismo)...perchè poi ad un certo punto deve arrivare qualcosa che non centra molto con le premesse sintattiche iniziali? (intendo linguisticamente parlando, perchè la sensibile che scende è una regola grammaticale ....un insieme di regole possono inquadrare uno stile/un'estetica. Nel quadro generale, in come si va a connotare una composizione). Chiaramente si riscontra un’incongruenza: di gusto ed estetica.

Adesso questo vale sempre quando il linguaggio è condiviso e funziona sempre quando parliamo di opere tradizionali ed in particolare tonali.

Oggi i codici sono aperti, diventa difficile applicare questo approccio…sostanzialmente visto che ognuno ha il suo codice, ognuno può fare quello che gli pare, ognuno suona la sua lingua (speriamo che qualcuno li capisca) e al massimo uno può dire mi piace/non mi piace.

Anche la critica tecnica in contesti “ad personam” è inapplicabile, perché qualcuno risponderà sempre che nella propria lingua quel comportamento tecnico è previsto.

Ma c’è sempre un però, ammesso che questo credo possa essere più o meno condivisibile (ma molti lo credono veramente 🙂), il problema che riscontro io generalmente è che se uno inizia a fare dei rimandi stilistici si crea un numero di incongruenze tali al punto che risulta inevitabile sostenere una propria cifra stilistica e quindi rientrare nell’ “ad personam” dove tutto è “lecito”.

Ecco che chi ha la cifra (vedi Xenakis, Tetras? Stockhausen Mantra? Vogliamo parlare delle tecniche di Varese?) può permettersi di stravolgere tutto e cambiare le regole…chi non ha la cifra rischia di diventare incoerente.

La cosa più difficile dal mio punto di vista, che è forse quello che ha scatenato la discussione iniziale, è decontestualizzare il materiale di partenza. Il limite fra rimando stilistico e decontestualizzazione è molto sottile. Chi può stabilire questo? La risposta può essere anche semplice, le partiture sono sempre molto chiare in questo. Se uno sta troppo in uno stilema (il tempo necessario a connotare un brano in una certa estetica)…automaticamente il dopo è soggetto ad un certo tipo di critiche tecniche…perché si è fuori dall’ “ad personam”, dall’esperimento… dal tentativo di dimostrare alcun che di musicale/extramusicale (ammenochè questi stessi elementi rientrino nell'estetica stessa e dichiarata...ma allora non ci sarebbe una decontestualizzaizone).

(S)fortunatamente in musica arriva ciò che si mostra e non ciò che si dimostra perché eventualmente la dimostrazione stessa è un di cui della musica.

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Risposta 42 di Feldman

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Provo a dire la mia, questo argomento è molto interessante anche perché riguarda un punto cruciale del comporre legato, come già detto, al parametro "tempo".

Provo a dare un parere sulla questione così, da compositore, riferendomi al pragmatismo dell'attività creativa in se senza tira in ballo questioni puramente musicologiche ( Thallo è un musicologo ferrato, ciò si evince naturalmente dai sui scritti sul Forum. Credo sia molto più preparato di me, in questo senso; lui, se vorrà, potrà delucidarmi su questioni che magari non mi sono chiare o che conosco poco).

Dunque, la "narratività" (che io preferisco chiamare "drammatizzazione") non può non esistere in qualsiasi brano musicale autonomo da elementi come testo, scene, etc.

Il decorso narrativo esiste nelle Sinfonie di Mozart, nelle Sinfonie di Haydn, di Beethoven, nei concerti di Bach, nei Preludi di Debussy. E' rappresentato dalla struttura formale del pezzo, nella quale ogni sezione ha una funzione espressiva precisa (gestita dalla retorica).

Il climax essendo un elemento formale-retorico indispensabile a qualsiasi pezzo, già ci permette di tracciare un arco narrativo, perché esiste un "prima" (la preparazione della tensione e il suo accumulo) e un "dopo" ( esplosione e dispersione della tensione, liquidazione degli elementi tematici utilizzati).

Ogni compositore ha poi gestito questo archetipo narrativo elementare in modo sempre diverso, utilizzando schemi di partenza diversi e figure retoriche precise, codificate nella prassi compositiva barocca (Quintiliano in Bach, il cromatismo, il duriusculus, etc.), ricodificate dagli autori stessi in base a proprie scelte e volontà simbolico-espressive (è quello che accade da Haydn in poi).

Steve Reich in un'intervista dice che la narratività e scomparsa con il crollo del romanticismo e la rivoluzione delle avanguardie.... secondo me intendeva un certo tipo di narrazione condizionato dalla tonalità e dalla forma gestite in passato, ecco perchè il periodo delle quattro estetiche principali del secondo '900 (strutturalismo, alea, spettralismo, minimalismo)è stato utile a riordinare le cose. Oggi, nel 2013, il concetto di narratività lo si può trasferire su sistemi formali, strutturali ed espressivi con connotazione totalmente nuova.

Già Franco Donatoni, negli anni '80, basava i suoi pezzi su forme a pannelli statici in cui ogni sezione conteneva più punti di tensione e riposo, calibrati in modo diverso a seconda delle situazioni (naturalmente dicevo climax come elemento generico, dato che esistono il climax principale, i micro-climax, le accumulazioni, etc.)

Per rendersi conto di come la narratività già si considerava elemento fondamentale della costruzione formale negli anni '70, vi propongo questo ascolto:

che ne pensate di questa drammatizzazione? C'è o non c'è una chiara strategia retorica dietro?

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Risposta 43 di RedScharlach

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Feldman ha scritto:

Già Franco Donatoni, negli anni '80, basava i suoi pezzi su forme a pannelli statici in cui ogni sezione conteneva più punti di tensione e riposo, calibrati in modo diverso a seconda delle situazioni (naturalmente dicevo climax come elemento generico, dato che esistono il climax principale, i micro-climax, le accumulazioni, etc.)

Per rendersi conto di come la narratività già si considerava elemento fondamentale della costruzione formale negli anni '70, vi propongo questo ascolto:

che ne pensate di questa drammatizzazione? C'è o non c'è una chiara strategia retorica dietro?

Povero Donatoni, si starà rivoltando nella tomba!

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Risposta 44 di Feldman

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RedScharlach ha scritto:

Povero Donatoni, si starà rivoltando nella tomba!

Certo che si sta rivoltando nella tomba, a causa d' individui come te sicuro, ahahahahahah!!!

Scusa ma sono abituato a ricevere delle critiche costruttive basate su ragionamenti logici oggettivi. Un commento come il tuo vale zero (neanche meno, gli interi negativi non sono degni di commenti del genere). Buona fortuna, ti auguro di migliorare. Puoi farcela!

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Risposta 45 di Xenakis

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... non è che Red si riferiva all'esecuzione? Mi sembra un tipo tranquillo, mai una sparata come questa su un utente...strano. Secondo me non era rivolta al tuo commento ma un'allusione a qualcosa che mi sfugge 🙂

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Risposta 46 di Frank

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Fate i bravi ragazzi, sono certo che Red darà le sue dovute motivazioni...

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Risposta 47 di RedScharlach

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Xenakis ha scritto:

... non è che Red si riferiva all'esecuzione?

No no, tranquillo, mi riferivo al post di Feldman! Certo, capisco la premessa: approccio da compositore, non si tirano in ballo questioni musicologiche. Questo non si vuol dire che si può affermare tutto e il contrario di tutto, e che non è possibile un minimo di oggettività.

Associare Donatoni alle narratività fa davvero cadere le braccia. Non ricordo un solo luogo in cui egli ne faccia cenno (e ha scritto abbastanza). Ha parlato di teatro del comporre, certo, e allora se vogliamo discutere di questo, ci può stare: la drammaturgia potrebbe essere un argomento interessante. Ma non confondiamo drammaturgia con narratività, per favore. In tal modo si creano letteralmente delle distorsioni nell'interpretazione del pensiero compositivo degli autori e del significato storico delle composizioni. L'immagine della spirale, che illustra il concetto della sequenza di "pannelli statici", si pone agli antipodi dell'idea di narratività.

Non la tiro tanto lunga sul climax come "elemento formale-retorico indispensabile a qualsiasi pezzo": mi sembra un approccio retorico nel senso più triviale del termine... ma queste sono appunto scelte che ogni compositore fa, e quindi in quanto scelta di Feldman/compositore mi sta benissimo (anche se tutto sommato non ce lo vedo, il buon vecchio J.S. Bach, a caccia di climax a ogni piè sospinto).

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Risposta 48 di Feldman

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RedScharlach ha scritto:

No no, tranquillo, mi riferivo al post di Feldman! Certo, capisco la premessa: approccio da compositore, non si tirano in ballo questioni musicologiche. Questo non si vuol dire che si può affermare tutto e il contrario di tutto, e che non è possibile un minimo di oggettività.

No comment.

RedScharlach ha scritto:

Associare Donatoni alle narratività fa davvero cadere le braccia. Non ricordo un solo luogo in cui egli ne faccia cenno (e ha scritto abbastanza). Ha parlato di teatro del comporre, certo, e allora se vogliamo discutere di questo, ci può stare: la drammaturgia potrebbe essere un argomento interessante. Ma non confondiamo drammaturgia con narratività, per favore. In tal modo si creano letteralmente delle distorsioni nell'interpretazione del pensiero compositivo degli autori e del significato storico delle composizioni. L'immagine della spirale, che illustra il concetto della sequenza di "pannelli statici", si pone agli antipodi dell'idea di narratività.

Le fa cadere a te, forse. Donatoni non ha mai parlato di narratività. Ha parlato di drammaturgia... e quindi? Mi spieghi la differenza tra narratività e drammaturgia, scusa? Sono curioso.... poi, se vuoi, parliamo pure di spirale e di pannelli statici. Mi spieghi perché si pone agli antipodi della narratività? Troppo facile dirlo senza spiegarlo. Il punto è un'altro: una qualsiasi forma (e ripeto, qualsiasi) ha una sua struttura narrativa, per forza di cose. Ti ho già detto perchè, ti ho parlato dell'archetipo narrativo base di qualsiasi struttura formale. Ora tocca a te, gentilmente spiegami il tuo pensiero, vorrei capire il ragionamento che ancora non hai fatto.

RedScharlach ha scritto:

Non la tiro tanto lunga sul climax come "elemento formale-retorico indispensabile a qualsiasi pezzo": mi sembra un approccio retorico nel senso più triviale del termine... ma queste sono appunto scelte che ogni compositore fa, e quindi in quanto scelta di Feldman/compositore mi sta benissimo (anche se tutto sommato non ce lo vedo, il buon vecchio J.S. Bach, a caccia di climax a ogni piè sospinto).

trovami una sola composizione SENZA un cumulo di tensione. Trovamela e posso rivedere la mia affermazione. Naturalmente una composizione musicale... di sicuro esiste come di sicuro esistono le montagne volanti che parlano.

Poi, se hai tempo e voglia, prova a spiegarmi per cortesia come fa una composizione a risultare gradevole a livello percettivo senza un minimo di tensione accumulata... spiegamelo perché non ci arrivo.

Se poi secondo te una composizione NON DEVE risultare gradevole a livello percettivo... rispetto la tua personale considerazione. Come rispetto Piero Manzoni in quanto creatore di qualcosa che ha suscitato determinate reazioni in un determinato periodo storico (reazioni molto negative da parte mia, ma è il mio pensiero) 🙂

Dimenticavo Bach: non andava a caccia di climax, semplicemente realizzava dei punti culminanti a livello formale seguendo lo schema retorico di Quintiliano e applicando le figure retoriche del suo tempo per costruire un arco narrativo.

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Risposta 49 di Frank

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Mi raccomando ragazzi, esprimete con forza il vostro pensiero ma senza scadere sul personale. L'argomentazione è il mezzo migliore.

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Risposta 50 di Feldman

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Frank ha scritto:

Mi raccomando ragazzi, esprimete con forza il vostro pensiero ma senza scadere sul personale. L'argomentazione è il mezzo migliore.

E' chiaro che ognuno ha delle considerazioni soggettive da fare, in questo modo si crea un dibattito. Ma, perdonami, quando si fa una critica la si deve fare spiegando il perché, con un ragionamento completo. Personalmente ho individuato due tipologie di critica:

1) ragionamento contrastante basato su analisi oggettiva e comparazione di elementi

2) aria fritta

credo sia uno schema utile per capire chi davvero ha qualcosa da dire e chi parla tanto per parlare, no?

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Risposta 51 di RedScharlach

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Innanzitutto mi scuso con Feldman e con gli altri utenti per il post delle 12:36. La prossima volta, quando non avrò il tempo per scrivere, eviterò di intervenire! 🙂

Per quanto riguarda la narratività, se non ricordo male, Thallo aveva scritto un bel post in cui spiegava per filo e per segno che si tratta di una metafora, e forniva qualche utile interpretazione per questo concetto.

Leggo invece qui sopra che la narratività è legata al climax, alla tensione-distensione, e così via. Ma questa, in sé, non è una argomentazione: è una asserzione che trasforma il concetto di narratività in un comodo passepartout applicabile indifferentemente a Bach Haydn Mozart Beethoven Debussy... e per ultimo, perfino a Donatoni. Ora, un conto è utilizzare il concetto di narratività per i classici viennesi: dopotutto, il paradigma narrativo è stato fin da principio esemplificato sulla forma-sonata. Un altro conto è estenderlo a Bach (giustamente citi Quintiliano: ma l'oratoria non è di per sé una tipologia di narrazione, quanto di argomentazione, e l'argomentazione non è per forza di cose narrativa!), e a Debussy (che ci potrebbe anche stare, nonostante la crisi della narrazione descritta da Benjamin nel 1936 sia ormai alle porte). Ma Donatoni, almeno lui, non ci azzecca proprio! Donatoni leggeva di continuo, e la lettura era per lui una "scuola di pensiero" tanto quanto lo studio dei compositori; ma in una sua ideale biblioteca (non è difficile ricostruirla, in base ai suoi scritti) dove trovi gli archetipi narrativi? I suoi modelli erano Beckett, Kafka, Musil, San Giovanni della Croce, Wu Ch’êng-ên, Blanchot - e tralasciamo pure Wittgenstein e Adorno. Alla faccia della narratività! Mettiamoci pure Borges, nella lista... Senti dei climax o dei microclimax in Lumen? Benissimo, te li concedo volentieri (infatti avverto anch'io una sorta di parossismo - abbastanza stupefacente, data l'esiguità dei mezzi), ma questi non implicano automaticamente una forma di narrazione.

Lo ripeto, se un compositore travisa, mi sta benissimo. Ciò che conta, in fondo, è la sua musica. Però qui non ci stiamo presentando con la nostra musica, ma con le parole!

Per quanto mi riguarda, ho già fatto più di un intervento in questa discussione per spiegare come la pensavo a proposito di narratività, ecc... Per cui evito di fare copia e incolla.

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Risposta 52 di Frank

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RedScharlach ha scritto:

Innanzitutto mi scuso con Feldman e con gli altri utenti per il post delle 12:36.

Sono cose che fanno bene leggere 🙂

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Risposta 53 di Xenakis

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Lo sospettavo Red, bravo...questa è una delle parti più belle del nostro forum 🙂

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Risposta 54 di Feldman

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RedScharlach ha scritto:

Innanzitutto mi scuso con Feldman e con gli altri utenti per il post delle 12:36. La prossima volta, quando non avrò il tempo per scrivere, eviterò di intervenire! 🙂

Sono soddisfatto di questa tua risposta e ti ringrazio, ora ho capito meglio il tuo pensiero e la tua critica.

RedScharlach ha scritto:

Per quanto riguarda la narratività, se non ricordo male, Thallo aveva scritto un bel post in cui spiegava per filo e per segno che si tratta di una metafora, e forniva qualche utile interpretazione per questo concetto.

Si, leggevo. E' interessante tutto ciò, anche se ognuno può avere il suo modo personale di vedere una stessa cosa, no?

Nel senso: per te esiste la narratività e la drammaturgia. Per me esistono narratività e archetipi narrativi... stessa cosa, termini diversi.

Senza andare a vedere cos'è e cosa non è metafora, il dipartimento di psicologia dell'Università di Trento dice a chiare lettere "narratività: fenomeni di formulazione narrativa...paradigmi, paradigmi, figure, tòpoi generati dal processo narrativo-interpretativo". In tal senso, esistono degli archetipi ben definiti che variano, nella letteratura, a seconda di autori, epoche, estetiche. Io volevo dire che, alla base di qualsiasi archetipo narrativo, esiste un "archetipo base" che risulta essere il fondamento narrativo di qualsiasi brano, di qualsiasi epoca, di qualsiasi estetica (salvo parentesi precise, come casi dell'avanguardia, si faceva riferimento all'aforisma di Webern in questo senso). Sta di fatto che, partendo dall'archetipo base, la narratività (termine che tra l'altro neanche si trova nei vocabolari) non è altro che l'insieme dei processi d'interazione tra gli elementi tematici di una composizione musicale. Questa interazione conferisce agli elementi una connotazione "in divenire" (quindi diacronica) e ne evidenzia la "vettorialità" formale, ossia il "tendere verso" un determinato punto in modo sempre irregolare. Poi ogni compositore ha preferenza per un preciso archetipo narrativo (come dicevi tu, Donatoni aveva dei punti di riferimento letterari in questo senso, che utilizzava, riadattandoli, in ambito musicale). Un esempio inverso di questo processo che denota la capacità di Donatoni di cui stiamo parlando è il suo primo libro, "Questo", dove avviene il trasferimento di una sintassi applicata musicalmente in ambito letterario.

RedScharlach ha scritto:

Leggo invece qui sopra che la narratività è legata al climax, alla tensione-distensione, e così via. Ma questa, in sé, non è una argomentazione: è una asserzione che trasforma il concetto di narratività in un comodo passepartout applicabile indifferentemente a Bach Haydn Mozart Beethoven Debussy... e per ultimo, perfino a Donatoni. Ora, un conto è utilizzare il concetto di narratività per i classici viennesi: dopotutto, il paradigma narrativo è stato fin da principio esemplificato sulla forma-sonata. Un altro conto è estenderlo a Bach (giustamente citi Quintiliano: ma l'oratoria non è di per sé una tipologia di narrazione, quanto di argomentazione, e l'argomentazione non è per forza di cose narrativa!), e a Debussy (che ci potrebbe anche stare, nonostante la crisi della narrazione descritta da Benjamin nel 1936 sia ormai alle porte). Ma Donatoni, almeno lui, non ci azzecca proprio!

La complementarietà tra narrazione e argomentazione non credo abbia bisogno di analisi data l'ovvietà della questione. Se utilizzo un archetipo narrativo, automaticamente l'interazione avviene tramite strategie narrative proprie di quella che chiami argomentazione. Quando le strategie si "cristallizzano" in un archetipo... vuoi scindere le cose? Difficile dividere due gemelli siamesi....

RedScharlach ha scritto:

Donatoni leggeva di continuo, e la lettura era per lui una "scuola di pensiero" tanto quanto lo studio dei compositori; ma in una sua ideale biblioteca (non è difficile ricostruirla, in base ai suoi scritti) dove trovi gli archetipi narrativi? I suoi modelli erano Beckett, Kafka, Musil, San Giovanni della Croce, Wu Ch’êng-ên, Blanchot - e tralasciamo pure Wittgenstein e Adorno. Alla faccia della narratività! Mettiamoci pure Borges, nella lista... Senti dei climax o dei microclimax in Lumen? Benissimo, te li concedo volentieri (infatti avverto anch'io una sorta di parossismo - abbastanza stupefacente, data l'esiguità dei mezzi), ma questi non implicano automaticamente una forma di narrazione.

Oh si che implica una forma di narrazione! Già la differenziazione tra climax e microclimax crea una gerarchia negli eventi narrativi e ne sottolinea la strategia. Altrimenti non capisco perchè fare distinzioni così grandi tra aspetti che vivono della stessa logica. Magari, nella forma presentano le dovute differenze... ed è così che si differenziano gli archetipi.

RedScharlach ha scritto:

Lo ripeto, se un compositore travisa, mi sta benissimo. Ciò che conta, in fondo, è la sua musica. Però qui non ci stiamo presentando con la nostra musica, ma con le parole!

Per quanto mi riguarda, ho già fatto più di un intervento in questa discussione per spiegare come la pensavo a proposito di narratività, ecc... Per cui evito di fare copia e incolla.

Ho capito cosa intendi, il problema è che abbiamo due visioni diverse della stessa cosa. Comunque, se dovessimo abbandonare terminologie, doppi significati, coincidenze, etc. nella sostanza sono TOTALMENTE d'accordo con te.

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Risposta 55 di RedScharlach

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hmm.... Ma la musica classica indiana è narrativa?

... dai stavo scherzando 🙂

Comunque volevo precisare che non ce l'ho affatto con climax e anticlimax, ma solo con quanto di meccanico tende ad essere ad essi associato. Ad esempio Mauro Lanza è capace di costruire incredibili climax, che in un certo senso sono a loro volta la parodia della classica idea di climax: delle specie di climax paradossali, che trovo allo stesso tempo irresistibili e inquietanti. Vedi ad esempio Der Kampf zwischen Karneval und Fasten oppure la conclusione di Aschenblume!

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Risposta 56 di thallo

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Mi spiace di non poter partecipare molto spesso alla discussione, sono in Sicilia e ho poco tempo...

Ma sulla possibile differenza tra narratività e drammatizzazione ci sarebbe molto da dire. Ognuno ha il diritto di scegliere e formulare i termini che vuole, ovvio, l'importante sarebbe chiarirne fino in fondo le implicazioni. La domanda più semplice per chiarire le eventuali differenze tra narratività e drammatizzazione sarebbe: può esistere drammatizzazione senza narratività? E narratività senza drammatizzazione? Se ha senso prendere i due termini come elaborazioni del "raccontare storie" da una parte e "mettere in scena qualcosa" dall'altra, ci sono prove a favore del fatto che si possano raccontare storie senza metterle in scena e che si possano mettere in scena eventi senza necessariamente raccontarli. Sono differenze capziose, forse, ma a naso penso che se ne possa parlare proficuamente, soprattutto se si parla di musica.

Due domande, allora:

Esiste narratività senza tematismo? Io penso di sì. Lo avevo anche accennato.

Esiste drammaticità musicale senza retorica musicale? Praticamente ogni atto performativo presuppone drammaticità, ovvero qualcuno sulla scena, ma non necessariamente una retorica relativa alla composizione. Questo è un campo di studi abbastanza recente. Ricordiamoci che gli esecutori non narrano solo la storia della partitura, narrano la propria storia, la storia dell'esecutore che suona. Sembra un giro di parole, ma in un mondo in cui si ripete sempre lo stesso repertorio, la cui forza narrativa diminuisce di volta in volta, la performance prende il posto della partitura.

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Risposta 57 di thallo

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aggiungo un'altra cosa, un piccolo cenno alla discussione sul clymax.

Premettendo che gran parte dei termini che usiamo sono "flessibili", non confondiamo la narratività con quella che spesso viene chiamata "gestualità". Un "gesto" musicale è un elemento a cui gli ascoltatori e gli esperti danno consapevolmente o inconsapevolmente un significato musicale. Questi significati musicali possono anche essere archetipi narrativi, ma spesso sono così "basic" da essere qualcosa meno. La cadenza è un gesto, l'accordo è un gesto, il movimento parallelo è un gesto. Il concetto di gesto e di gestualità è stato sviluppato proprio con la musica contemporanea, che pur non essendo precisamente narrativa, riprende elementi "strutturali" della musica narrativa, elementi in un certo senso retorici. Quando hai una composizione così incasinata da non comunicare nulla di chiaro, allora inizi a cercare gesti, come agglomerati armonici, ritmici, sintattici. L'analisi di Webern fatta da Lachenmann che citavamo messaggi fa è in realtà un computo di una serie di "gesti" che possono anche essere interpretati in chiave retorica, ovvero narrativa.

Il clymax può essere una figura retorica ma può essere anche un gesto. Che differenza c'è tra le due cose? Beh, ammettendo che ci sia una differenza (nel senso che ogni musicologo ha un'opinione in merito), tutto secondo me cambia dalla situazione. Io credo che la narratività, e la retorica su cui si basa, debba presupporre una platea di ascoltatori in grado di comprenderla. La gestualità può anche essere quasi incomprensibile, il suo ruolo, il suo effetto sull'ascolto è quasi inconscio a volte. Se decido che quell'accordo di sesta eccedente per me richiama la nebbia di Londra (...), allora cercherò come compositore di fare in modo che quella cosa si capisca. E' un elemento retorico in funzione della narratività della mia composizione. Se voglio solo dare "texture" alla composizione, se voglio a un certo punto "agglomerare" quello che prima era un casino incomprensibile, allora posso inserire 5 note eseguite contemporaneamente, che avranno la parvenza di un accordo e, in un certo senso, il ruolo di un accordo. Quello sarà un gesto, più che un vero elemento narrativo (o un vero accordo).

I clymax sono gesti abbastanza facili da creare e da riconoscere. Ma il valore strutturante di un crescendo rossiniano è diverso dal valore strutturante di, non so, l'aggiunta di piani sonori in Music for 18 Musicians di Steve Reich.

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Risposta 58 di Thesimon

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Devo fare richiesta ufficiale a "tidibits" in qualità di amminstratore, di smetterla di pubblicare link che incitino gli iscritti al forum a connettersi al proprio sito, in quanto contravviene alla regola della netiquette sullo SPAM. Alla prossima dovrò procedere al ban.

Saluti

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Risposta 59 di Feldman

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Io trovo più semplice considerare sinonimi la narratività e la drammatizzazione. E' chiaro che poi il termine "drammatizzazione" può essere utilizzato anche per descrivere processi esterni (come dici tu, considerando gli esecutori e il mettere in scena qualcosa).

Io credo che usare il termine drammatizzazione quando si parla di composizione voglia dire parlare delle strategie narrative interne al pezzo in esame.

Poi, credo che sia impossibile l'esistenza della narratività senza il tematismo, non riesco a concepirla. Ho letto diverse pagine di musicologia dove si parlava di convegni sul concetto di figura, di gesto musicale, di tematismo, di atematismo, di tonalità, di atonalità.... seghe mentali secondo me. In un articolo si diceva che Donatoni utilizzò il "tematismo" solo in certi lavori e non in altri, quando basta analizzare i suoi lavori ma soprattutto scrivere musica per capire che il tematismo è una costante sempre presente nella prassi di ogni compositore (salvo sempre casi particolari legati ad estetiche moderniste che oggi sono ovviamente andate in pensione e giustamente hanno lasciato una bella eredità a chi scrive oggi).

Ogni composizione ha oggetti tematici; se la dovessimo schematizzare in senso matematico, potremmo descriverla con un insieme... di elementi (certo non un insieme vuoto, dato che è impossibile averne uno: anche 4'33'' di John Cage è apparentemente vuoto, dato che comunque la percezione riguarda elementi esterni alla performance, aleatori e che ci ha dimostrato che il "silenzio" effettivamente non esiste). In che modo si sviluppa il tematismo? Molto semplice: basta che un elemento (nota, timbrico, effetto, etc.) sia parte di un vettore, abbia una direzionalità che si concretizza in processi trasformativi, in quello che si definisce tradizionamente sviluppo (anche se potremmo disquisire sulla differenza tutta Schoenberghiana tra elaborazione e sviluppo, il che non mi preoccupa dato che la costante in questo caso è l'evoluzione del materiale). Detto questo, è proprio il materiale a rappresentare il tematismo di un brano. Il modo in cui gli elementi che costituiscono questo materiale interagiscono a livello narrativo si chiama drammatizzazione, narratività o chissà quale altro strano termine.

Sulla definizione di Gesto, mi trovo assolutamente d'accordo con quel genio che è Lachenmann, ma anche con Donatoni, Berio, Solbiati e Fedele se per questo. Il gesto non è altro che l'elemento tematico di cui parlavo prima, solo definito in base alla sua condizione dinamica. Lo stesso elemento in condizione "inerziale" (e qui faccio il Marco De Natale della situazione 🙂 ) lo si definisce tradizionalmente "figura". Il gesto non è altro che la "figura" in divenire, ovvero posta sul piano diacronico e quindi legata ad un iter narrativo, drammatico.

Sul climax mi trovo d'accordo con te. Certo non sono facili da creare, possono esserci precisi archetipi. Sul piano generale, preferisco parlare di "cumulo tensivo" per definire un aumento della concitazione. I modi in cui questo avviene si fondano sulla tipologia dell'archetipo. Può essere un'accumulazione eterogenea, una moltiplicazione addensata, un crescendo, un vettore ascendente con progressivo restringimento delle strutture fraseologiche, etc. può essere climax o microclimax, può essere posto alla fine di una sezione, al centro di questa o all'inizio (se inteso come "bang" di tensione).

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Risposta 60 di Feldman

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RedScharlach ha scritto:

hmm.... Ma la musica classica indiana è narrativa?

... dai stavo scherzando 🙂

Comunque volevo precisare che non ce l'ho affatto con climax e anticlimax, ma solo con quanto di meccanico tende ad essere ad essi associato. Ad esempio Mauro Lanza è capace di costruire incredibili climax, che in un certo senso sono a loro volta la parodia della classica idea di climax: delle specie di climax paradossali, che trovo allo stesso tempo irresistibili e inquietanti. Vedi ad esempio Der Kampf zwischen Karneval und Fasten oppure la conclusione di Aschenblume!

Caspita, è un compositore che non conosco. Vedo di ascoltare i brani che hai indicato 🙂

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