Bianca ha scritto:
Quando scrivo un pezzo mi scontro continuamente (e in questo caso più di altre volte, ovviamente essendo un coro) con il fatto che a me piacerebbe così, ma capisco che così è difficile o impossibile per chi deve eseguire, o magari che così vado contro a certe regole. Se poi non trovo subito un compromesso che mi aggrada la mia scelta non è salomonica.
La sintesi estrema è che ogni scelta ha un costo, non solo nella vita, e il compositore deve saper (anche) rinunciare. La composizione ad un certo livello diventa un "gioco" di scelte e rinunce, ma quando sei a questo punto sei anche abbastanza avanti...probabilmente devi consolidare il lavoro che hai già fatto sino ad ora. Occhio che il anche carattere spesso gioca brutti scherzi (qui non ti conosco, per cui è un discorso generale), molti problemi legati agli aspetti compositivi sono legati ad aspetti caratteriali. Immagina l'horror vacui, incontri compositori che per una vita devono usare più la gomma che la matita...se uno non trova la forza di farlo però proporrà solo macchie...pensa a Liszt quanta gomma ha consumato nella su vita, ma l'ha fatto 🙂.
Secondo me hai buone idee, una parte della tecnica necessaria per arrivare a rendere credibili i tuoi lavori ... ricordo che Geppino in un primo laboratorio ti scrisse: “decidi casa fare” (o qualcosa del genere). Se ci pensi bene di fondo c’è una sorta di indecisione nella scrittura, non so se è la paura di apparire troppo tradizionale, o l’ambizione di essere troppo innovativa…o non saprei. Il fatto è che la musica è avulsa da questo tipo di fattori, anche se ne viene ovviamente condizionata/determinata, ognuno deve trovare la propria quadra.
Mi è capitato una volta che un allievo mi ha portato un brano microtonale, aveva le sezioni dei violini che con molta precisione dovevano muoversi intorno a dei suoni. Io gli ho detto che non era eseguibile e lui mi fece “vedere” una partitura. Gli dissi che quella partitura era eseguibile. E lui mi chiese: “Come, è lo stesso passaggio”.
Ecco, peccato che sulla partitura d’autore c’era scritto “solo” e lui aveva assegnato lo stesso compito ad una sezione, che ovviamente non può all’unisono (anche volendo) dividere il tono allo stesso modo in, non dico 16, ma neanche 8 parti.
A volte basta poco, uno legge delle partiture, e cerca di cogliere il massimo dalle stesse...ma poi, se uno ha la fortuna di confrontarsi con qualcun altro (non so, uno con esprienza), può ampliare il suo punto di vista o il suo modo di vedere la materia. Anche a parità di metodologie compositive, i compositori hanno sempre consegnato alla storia lavori diversi... e anche a fronte di uno stesso testo. Adesso ci sono 4 Ave Maria in più 🙂
Esempio estremo che traslato in ambito corale può farti capire come, nel caso uno cercasse una certa morbidezza data da un frangente del testo, non può usare ad esempio l’estremo acuto di una voce…anche se al sintetizzatore, su finale, che ne so, al pf…o in Open Music ci appare la cosa più bella del mondo 🙂
In alternativa c’è sempre l’elaborazione audio, un ambito molto trascurato dai compositori legati al mondo degli strumenti acustici…li si che puoi fare quello che ti pare. La “clip” è già il prodotto finito, la partitura è pur sempre solo un progetto compositivo, molto dettagliato, ma traslando il discorso in architettura, il grattacelo una volta realizzato non deve crollare…altrimenti meglio una simulazione con il CAD.