Bianca ha scritto:
Thallo, il mio post era per te, infatti.
:-)
Un compositore di musica "classica" che sia chiamato a scrivere una colonna sonora per un film, lo fa con un "intento" differente da quando scrive un qualunque altro tipo di sua opera.
No. Ma proprio no. Il no è generico, non una risposta alla tua affermazione.
Cioè. Ci sono compositori di musica "classica" che scrivono musica da film come se fosse musica classica, compositori che scrivono musica da film come se fosse musica da film, compositori che scrivono musica classica come se fosse musica da film (moltissimi, in realtà) ed è per questo che ha senso parlare di differenze. Perché OGNI COMPOSITORE è diverso e ogni composizione è diversa. Ma nel nostro discorso, il significato di "musica" è uguale, e gran parte delle intenzioni che muovono qualsiasi compositore a scrivere qualsiasi musica sono uguali. In realtà non ti sto dando torto su tutta la linea, semplicemente sono convinto che il tuo discorso non colga il punto o, piuttosto, rischi di portare con sé delle conseguenze argomentative che non colgano il punto. E' vero che una sinfonia è diversa da un pezzo preso da una colonna sonora, ma lo è soprattutto da un punto di vista formale. L'intenzione di cui parli tu rischia (a mio avviso) di chiamare in causa una serie di sottotesti relativi all'ispirazione, al valore artistico, come dire "se scrivo una sinfonia, voglio essere profondo, se scrivo una colonna sonora, non voglio essere profondo". E non mi va bene perché non è così. O almeno non lo è in senso assoluto, cambia dalle scelte dei singoli compositori nelle singole partiture. Glass è stato assolutamente profondissimo in "Koyaanisqatsi", ma, soprattutto, non poteva raggiungere una certa profondità SE NON musicando un film come quello. In questo senso, il mio discorso va oltre per dire che ci sono gradi di profondità, o di artisticità, che si raggiungono "solo" grazie a forme inconsuete. Non di sole sinfonie è fatta l'arte.
Il che è quasi tautologico, ma può far riflettere. Mi sono scontrata spesso su questo tema, ma non voglio sottintendere che alla fine il risultato debba essere migliore, o superiore in termini assiologici, nel secondo caso. Solo che esiste una "differenza" che non è di risultato ma di scopo. Per cui è possibile dire che una "musica colta" è "differente" da una "colonna sonora", per esempio, differente, ribadisco, non migliore o peggiore. Se il musicologo non è in grado di percepire questa differenza, questo è un limite del musicologo, non della musica. Ci si può incontrare su molte strade intraprese per mete differenti.
nel messaggio precedente ho detto (con vari refusi, in effetti...) che i mezzi di analisi si adattano al risultato, alla forma tangibile della musica. Una tarantella è musica tanto quanto una sinfonia, MA va analizzata in quanto tarantella, con mezzi adatti alla tarantella. Le differenze tra una tarantella e una sinfonia sono differenze formali, nel senso che il termine tecnico "tarantella" definisce una "forma" musicale (non voglio impelagarmi su problemi di forma e sostanza, perché nella musica "le" forme hanno anche fattori sostanziali). Ma la creazione musicale non ha mai rispettato i limiti formali, né nella forma né nella sostanza. Sempre Philip Glass ha scritto svariate sinfonie su temi utilizzati nelle colonne sonore di alcuni film. Ammettendo che "sinfonia" e "colonna sonora" siano due nomi di due forme diverse, che differenza di intenzione c'è tra lo scrivere una colonna sonora ed una sinfonia quando il materiale tematico è assolutamente identico? Questi legami tra forme diverse, forme spesso caratterizzate in modo molto forte da livelli di artisticità diversi (non so, canzoni e Lieder, per esempio), sono pervadenti nella storia della musica. Nella sostanza, la musica che ci sta dentro ad una colonna sonora e la musica che ci sta dentro a un quartetto possono essere la stessa cosa.
Tutto in realtà si risolverebbe se capissimo di più cosa intendi per "intenzione". Perché anche su quella non penso che ci siano parole definitive, normatività accettate nel mondo dei compositori. Non prendo la matita in mano in un modo diverso se voglio scrivere una canzoncina o un'aria d'opera, tanto che esistono arie d'opera banali e canzoncine originalissime. Ho sempre l'impressione che in alcuni ragionamenti vi scontriate solo con i capolavori. Ma per essere "forte" un ragionamento deve resistere anche alla dura realtà delle composizioni brutte o dei compositori che non sanno scrivere. Esistono tantissime colonne sonore scritte come sinfonie, scritte con la pesantezza germanica di una sinfonia, ed esistono sinfonie che sono state chiamate così solo perché chi le ha scritte ha pagato un'orchestra per suonarle, non certo perché avessero particolari profondità artistiche. Ed anche in questo senso è sempre bene giudicare IL RISULTATO. E' ovvio che ci voglia una valutazione sull'intenzione, per quanto le intenzioni, in senso lato, di un compositore non siano mai tracciabili, se non in presenza di schizzi (le dichiarazioni sono quasi sempre ex post). Ma non è l'intenzione che definisce l'artisticità di una composizione, come non ne definisce la forma, non ne definisce l'utilizzo.
danielescarpetti ha scritto:
Ok, Claudio, diciamo che il tuo tasso di democrazia è troppo alto per me.
Suppongo, a questo punto, che per te anche una canzone sul genere di "Fin che la barca va" sia arte e dunque mi diventa difficile confrontarmi su questi canoni.
come sopra. Se la musicologia e le materie analitiche connesse hanno la presunzione di essere "scientifiche", allora devono reggere all'analisi ANCHE delle composizioni brutte. Sapete che nelle mie idee tutto questo ha una dimensione etica, io non voglio essere uno con la puzza sotto il naso, mi piace sporcarmi le mani e penso che la musica sia fatta per chi ama sporcarsi le mani. Ma, a prescindere dall'etica, qui i problemi sono disciplinari. Dovrebbe esistere una disciplina per tutto. Qual è la disciplina che studia "Fin che la barca va"? Per Adorno sarebbe stata la sociologia della musica, probabilmente, perché nelle sue intenzioni (e nel discorso di Daniele) il prodotto "Fin che la barca va" si perde del tutto nel suo diventare oggetto commerciabile. Secondo questa logica, dovremmo smettere di parlare in termini artistici di qualsiasi cosa venga scambiata per denaro. Io penso, invece, che l'artisticità di una composizione non stia nel suo risultato (ribalto i termini del discorso con Bianca) ma nella reazione del pubblico, della platea di fruitori. Se c'è qualcuno che considera "Fin che la barca va" un pezzo musicale allora io devo essere in grado di capirne le ragioni, analizzarne le forme, tirarne fuori un discorso estetico. Ahimé non sono gli studiosi che decidono cosa studiare, è la storia che decide quale sarà l'oggetto dello studio.
Per me l'Arte è altra cosa. Qualcosa di molto meno democratico e che riguarda alcuni eletti.
questo tuo lato mi spaventa. Credo tu lo sappia.
Dino ha scritto:
Meravigliosa, del resto la Chaty me la sposerei anche io 😃
Ecco una cosa su cui tutti siamo d'accordo 😃